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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2006

                     23/12/2006 - SOCIALISMO

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Troppe dichiarazioni di morte presunta
di Valdo Spini
Di socialismo possiamo parlare in molti modi: come teoria che aspira ad essere scientifica, come fatto politico concreto; come aspirazione etica. Non è utile confondere (a volte anche deliberatamente) i vari piani.
Il socialismo come tale è una parola che si manifesta apertamente nella prima metà dell’ottocento con Robert Owen e i saint-simoniani .Ma, come disegno filosofico e politico, può essere fatto rimontare addirittura alla cinquecentesca Utopia di Tommaso Moro e ai successivi sviluppi di quel dibattito. Certamente, quel socialismo lì, non si afferma in modo statalista e programmatorio.
Ma è con Marx e con i marxisti che il socialismo si propone come “scienza” , sia nell’economia politica elaborando una sua teoria del valore basata sullo sfruttamento del lavoro, sia nelle scienze sociali attraverso una teoria della dinamica sociale basata sull’allargamento crescente del proletariato dipendente . Quest’ultima, per i cambiamenti intervenuti, fu destinata a scontrarsi irrimediabilmente con la realtà sociale nella seconda metà del XX secolo caratterizzata dall’espansione di quello che Sylos Labini classificò come ceto medio.
Che questo significhi una condanna storica di ogni politica socialista interventista, sarebbe peraltro del tutto schematico. Diverso e più articolato per esempio deve essere il giudizio sulle politiche interventiste proprie del socialismo democratico e del laburismo, condotte nella ricostruzione seguita al secondo dopoguerra in vari paesi europei. Queste politiche furono condannate sia dai liberisti che dai comunisti stalinisti (per questi ultimi non si poteva programmare nei regimi capitalistici), ma, secondo numerosi studi, dettero degli irrefutabili risultati positivi anche rispetto alla ricostruzione liberistica italiana e agli squilibri profondi che essa comportò.
In ogni caso è giusto quanto viene affermato e cioè che il 1989, la caduta del comunismo, avvenuta innanzitutto per motivi economici, si è portato con sé anche quella di un socialismo concepito come scienza, che voleva perseguire gli stessi obiettivi del comunismo con mezzi democratici invece che autoritari.
Oggi poi che la globalizzazione determina la caduta delle barriere di tempo e di spazio nell’economia per effetto della rivoluzione avvenuta nell’informatica, dobbiamo concludere che, in questo contesto, l’idea di programmazioni economiche di carattere nazionale, o comunque di politiche statalistiche nel vecchio senso del termine non sarebbe certo realistica.
Pure, il socialismo democratico, dato tante volte per spacciato ogni volta che subiva una sconfitta, ha tante volte deluso le sue dichiarazioni di morte presunta. Ha saputo adeguare i contenuti della sua azione politica, ma non ha sentito il bisogno di cambiare nome, e cioè l’identità valoriale, ai propri partiti. Ecco allora che il socialismo come fatto politico concreto è tuttora presente.
Infatti, se si va a vedere il sito del partito del socialismo europeo (PSE) vi si trovano le sigle di partiti di forza rilevante di tutti i paesi dell’Unione, che siano al governo o all’opposizione, e che si chiamano con i nomi tradizionali di socialista, socialdemocratico o laburista. Mentre invece, quando si va sul sito del partito democratico europeo (sì, perché un partito di questo nome ,il Partito Democratico Europeo nella UE, esiste già e di esso sono copresidenti l’italiano Francesco Rutelli e il francese François Bayrou ) si trovano eurodeputati di soli cinque paesi ,tra cui la Margherita italiana. Questi eurodeputati, va ricordato, in sede di Parlamento Europeo sono andati ad aderire , insieme ai liberali tradizionali, al gruppo Parlamentare dell’ADLE (Alleanza dei democratici e Liberali per l’Europa).
I partiti socialdemocratici socialisti e laburisti europei hanno saputo, infatti muovendosi da sinistra, conquistare il centro sia per la loro capacità di affermare i diritti civili (Il “socialismo dei cittadini”così lo chiama Zapatero) e le libertà individuali sia , pur nella revisione delle loro tradizionali politiche economiche, praticare nuove politiche di solidarietà e di comunitarismo laico, cui partecipano autorevolmente credenti e non credenti. Hanno saputo cioè rinnovarsi.
Noi italiani possiamo in proposito rivendicare Carlo Rosselli, forse il primo socialista esplicitamente post-marxista che già nel 1929 nello scritto “I miei conti col marxismo” affermava che “tra socialismo e marxismo non vì è parentela necessaria” e che nel “Socialismo liberale” scriveva “Il socialismo è liberalismo in azione”, aprendo una pagina del tutto nuova, che andava oltre il dibattito tra Bernstein e Kautsky.
Per Rosselli il socialismo aveva un contenuto non solo politico ma anche e soprattutto etico. Ed è questo che rende la parola socialismo ancora attuale, perché in essa è insita l’esigenza di una politica programmaticamente rivolta ad includere e a socializzare nel progresso economico, civile sociale e culturale anche chi ne è rimasto escluso; e questo in modo laico, e cioè con le armi della politica stessa. La parola democratico (usata come sostantivo, perché come aggettivo dovremmo condividerla tutti) è una parola nobilissima, ma rappresenta più una scelta sulle regole che devono improntare la dinamica politica e sociale che un ideale e un obiettivo di fondo. Nella parola socialista c’è qualcosa di più, c’è la coscienza che in una dinamica economico-sociale in incessante mutamento, a livello non più solo nazionale o continentale, ma anche a livello planetario, il problema del socialismo , cioè il problema di un’azione politica per la condivisione e per l’inclusione degli svantaggiati nei processi economici e sociali,si presenta e si ripresenta in termini continuamente nuovi ma non per questo meno significativi. Nella parola socialista vi sono dunque le ragioni della sinistra che vivono in una idea dello sviluppo che contiene dentro se stesso, nell’atto in cui si svolge, i meccanismi di regolazione per impedire alle disuguaglianze di diventare insostenibili socialmente, per garantire a tutti l’uguaglianza delle posizioni di partenza nell’istruzione, per assicurare le pari opportunità uomo-donna, per impedire la distruzione dell’ambiente. Senza contare che ogni politica democratica non può essere verticistica, basata su un liberismo cieco, ma di una saggia coniugazione tra spinta individuale ed etica della responsabilità collettiva. Certo, non esiste un’ortodossia in materia, ma direi che tutte le esperienze di governo socialiste, socialdemocratiche e laburiste in Europa (ivi compresa quella di Blair) si collocano dalla parte opposta rispetto allo slogan della destra, “meno tasse -meno stato”. Basta vedere gli investimenti nella sanità e nell’istruzione del governo laburista inglese.
Potremmo dire quindi, all’inverso di Giddens, che se la sinistra non è morta, non può morire nemmeno il socialismo democratico.
Nel concreto politico, perché oggi dovremmo avere allora un’ansia di rottura col socialismo europeo? Per metterlo in crisi? Non gioverebbe certo al bipolarismo. Per trovare un orgoglioso isolamento del centro-sinistra italiano all’insegna del “Primato morale e civile degli italiani” di giobertiana memoria? Sarebbe antistorico. Per trasformare il centro-sinistra italiano, come sostiene qualcuno, da schieramento prevalentemente laico addirittura a partito ispirato a valori cattolici? Questo significherebbe escludere in partenza una parte importante del centro-sinistra. Forse allora, per tutti noi dell’Ulivo, invece che caratterizzarsi in senso negativo verso il socialismo europeo (non moriremo socialdemocratici!) il problema è come costruire in Italia un moderno partito socialista liberale, veramente democratico nei metodi e nel funzionamento, aperto non a parole ma con i fatti alle varie provenienze, a credenti e non credenti (come avviene in tutta Europa). Un partito che parta da sinistra per allargarsi al centro e non viceversa (operazione quest’ultima che sembrerebbe invero di dubbia riuscita). E in tal modo, partendo dalla costruzione di un partito siffatto, poter dall’Italia influire veramente su uno schieramento, quello socialista europeo, che presenta interessanti esperienze di governo e comunque rappresenta una gran parte di cittadini del nostro continente di valori analoghi ai nostri.
Siamo sicuri che seppellire la parola “socialismo” e il grande significato etico e politico che essa porta con se e uscire programmaticamente e politicamente dall’ambito dei partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti europei possa rappresentare un elemento di stabilità della politica italiana e non, invece, l’apertura di una fase tormentata e di squilibrio politico in ambito nazionale ed europeo?
Negli interventi di queste settimane non ho trovato molta traccia di questi interrogativi. Mi è parso, al contrario, di cogliere quanto meno un eccesso di disinvoltura nell’affrontare temi e questioni che richiederebbero una ben maggiore ponderatezza ed equilibrio. Allora, cerchiamo invece di sfruttare al massimo le potenzialità del rapporto,(e quindi di porre anche problemi) a quel grande patrimonio politico che è il socialismo europeo, come del resto ci ha chiaramente invitato a fare il capogruppo del PSE al Parlamento europeo, Martin Schulz. Questa partecipazione al PSE va vista come una grande chance per l’Ulivo e per tutto l’Ulivo, non come patrimonio esclusivo di chi in Italia già si dichiara socialista europeo. Non facciamoci irretire dai cui prodest nostrali e guardiamo alto, ai grandi fenomeni europei e mondiali. Sarà questo veramente il modo di guardare in avanti e non di guardare indietro.
da “l’Unità” - 10 11 2006.