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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2007

                     4/3/2007 - ECCIDI DIMENTICATI

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Castagno, 13 aprile 1944

Il 13 Aprile 1944 nel cuore della notte, a Castagno scoppia l’inferno, così senza preavviso e senza ragione.
Dal giorno prima, nel versante romagnolo del Monte Falterona, è partita l’operazione nazifascista per il rastrellamento o la “bonifica” della montagna intorno alla quale, secondo spie e informatori che, per farsi bravi, dicono cento dove c’è forse uno, si annidano ingenti forze partigiane, valutate in più di tremilacinquecento uomini (informazione avvalorata dai rapporti successivi della guardia repubblichina per non sminuire di valore il successo dell’azione).
Ma qui, come a Vallucciole sul versante casentinese, non è successo nulla di rilevante e, se qualche episodio senza morti né feriti, è accaduto la responsabilità viene dalle bande romagnole che sono venute a cercare viveri ed hanno fatto un unico danno, quello di far saltare la centrale di pompaggio del poco metano estratto nella zona.
Allora la notte, una tranquilla notte di primavera, con la guerra ancora lontana, si trasforma in un incubo con raffiche, esplosioni, lampi di luce, urla in una lingua sconosciuta, colpi alle porte: tutti fuori in strada,mezzi nudi, intontiti, con i bambini che piangono disperati, in mezzo ad un frastuono che non si placa: tutti contro il muro che va dalla fonte del Borgo al Caffè Falterona con i mitra, le machinepistole, i fucili puntati all’altezza del petto.
Una giovane donna, Elisa Innocenti, si è affacciata alla finestra invece di affrettarsi ad uscire, ma non ha fatto in tempo a rendersi conto di nulla perché una raffica l’ha falciata.
Una famiglia che vive ai margini del paese ha cercato scampo nella fuga, protetta dalle tenebre: neppure per loro c’è stato scampo.
Li attendevano cinquanta metri dietro casa, vicino al fossetto sul sentiero che porta a Casale.
Francesco Baldoni,Galli di soprannome, la moglie Caterina, le due figlie, cadono in mucchio; la nipote, Fosca che era con loro, resta nascosta sotto i corpi e si salva, ma nella giornata, quando la ritrovano subisce la violenza delle belve naziste.
Il vecchio Sandrone, Alessandro Romualdi, ha difficoltà a camminare e impiega troppo tempo per arrivare alla porta, allora sfondano la finestra e gli lanciano una granata che lo dilania orribilmente ma non lo uccide; viene lasciato a morire lentamente con l’intestino sparso sul pavimento di casa.
Intanto le mitragliatrici martellano i fianchi delle colline e le pattuglie si muovono per snidare partigiani che non ci sono, ma Gino Balli che abita dall’altra parte del poggio del Bozzolo si è alzato da letto per venire a vedere che cosa succede a Castagno; anche lui non fa a tempo a rendersi conto di niente perché viene freddato prima che possa affacciarsi sul paese.
Tra “Raus!” e “Kaput” la gente di Castagno viene spinta fino alla scuola, fatta entrare a forza nelle aule, da una parte gli uomini e dall’altra donne e bambini, ammassati come bestie per tre giorni, con la prospettiva di essere passati per le armi, mentre le ultime fugaci visioni sono state quelle di case che bruciavano o saltavano in aria.
Al mattino vengono prelevati alcuni giovani, caricati come bestie da soma di casse di munizioni e di nastri di mitragliatrice e portati su per la montagna, dove finalmente vengono catturati sette giovani e immediatamente, senza domandare chi sono, fucilati (uno di essi, Rigoletto Boccioni detto Pancino sopravivrà con nove pallottole in corpo).
Uno scontro è avvenuto anche sul Monte Acuto perché la fitta nebbia del mattino ha fatto trovare faccia a faccia un pugno di partigiani con un nutrito gruppo nazifascista.
A sera sotto il loggiato dell’oratorio della Madonna sono allineati i corpi dei “banditi” uccisi sulle montagne, soltanto otto.
Tre giorni dura l’agonia della popolazione rinchiusa nella scuola, poi viene deciso di lasciarli uscire tutti, nella desolazione di un paese semidistrutto, con le case, quelle non distrutte, violate e saccheggiate, con sette vittime, con alcune ragazze stuprate: per fortuna non è stata un’altra Vallucciole perchè le carogne che sono passate di qui, insieme alle Camicie nere, sono le SS della Divisione Hermann Goring della quale tutti conoscono l’orrenda scia di sangue che lasceranno a perenne memoria della loro barbarie.
Quello che resta in piedi del paese verrà eliminato ai primi di Agosto, insieme a San Godendo, per esigenze legate alla Linea Gotica che si snoda lungo il crinale appenninico; la parte della popolazione che non è fuggita sui monti verso Rincine, verrà deportata vicino a Verona.
Personalmente di tutta questa triste storia ciò che più mi ha colpito è stato il silenzio in cui è stata avvolta per molti anni, tanto che fuori da qui quasi nessuno ne sapeva niente.
Se ho compreso il riserbo della gente a parlarne perché questo riaccendeva paure e tormenti che ognuno cercava di rimuovere, mi ha profondamente deluso il muro di omertà della politica locale almeno fino al 1984 quando per la prima volta si è celebrato il quarantennale di quegli eventi.
Purtroppo però il depliant dell’Amministrazione di San Godenzo liquidava il tutto con la scritta “..tragico fatto di guerra.”: abbandonai la seduta del Consiglio Comunale dove rappresentavo la minoranza per questo perché nessuno voleva chiamare la cosa con il suo vero nome.
Il tempo poi mi ha dato ragione: finalmente si è aperto “l’armadio della vergogna” e il Tribunale di La Spezia comincia a chiedere informazione sui fatti di Castagno; nel frattempo la comunità locale ha posto le lapidi a ricordo di quel tragico 13 Aprile e nel 2004 i sessant’anni sono stati degnamente ricordati anche con un’importante mostra documentaria.
Enrico Boni