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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2007

                     4/3/2007 - STATO SOCIALE 2

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(continua)
L'aumento dell'attesa di vita è un fenomeno strutturale delle società avanzate prodotto dall'aumento della ricchezza complessiva ma anche dalla possibilità per tutti di accedere alla forme di protezione sociale (assistenza sanitaria - previdenziale - istruzione ecc.).
Questo spiega perché l'attesa di vita sia maggiore in Europa che negli Stati Uniti dove c'è maggiore ricchezza ma minore protezione sociale. Sarebbe paradossale proporre come soluzione al problema proprio la riduzione di quel welfare state che ha prodotto maggior benessere e quindi allungamento del tempo di vita. Bisogna invece accettare che l'invecchiamento della popolazione richiede una diversa politica sociale ed economica, una diversa redistribuzione della ricchezza, un diverso modello di sviluppo in cui la competizione avvenga più sulla qualità sociale che sulla quantità di beni prodotti.
In questo quadro sarebbe possibile affrontare un'uscita flessibile e graduale dal mercato del lavoro che intrecci lavoro e impegno in attività di coesione sociale, attraverso forme di part-time durante il quale sia possibile usufruire di una quota della pensione maturata in modo che il sistema previdenziale abbia meno costi e il lavoratore mantenga un reddito adeguato. Si potrebbero in tal modo risparmiare risorse pubbliche da utilizzare per il sostegno alla previdenza dei giovani e dei lavoratori discontinui, e nello stesso tempo valorizzare il significato economico di tutte le attività di cura delle persone, dell'ambiente, della memoria che già gli anziani fanno e che potrebbero essere incentivate. Bisogna insomma costruire un nuovo patto intergenerazionale che dia ai giovani più sicurezza e più possibilità di esercitare la propria intelligenza e la propria creatività e agli anziani la possibilità di partecipare attivamente alla costruzione del benessere.
Per gli uni e per gli altri è necessaria innanzitutto la garanzia di un reddito dignitoso. Per tutte le questioni esposte fin qui, io considero fuorviante un dibattito sulle pensioni tutto incentrato sull'aumento legale dell'età pensionabile e sulla diminuzione dei coefficienti di calcolo. Nel primo caso, infatti, si risponde all'estrema flessibilità dei percorsi lavorativi, con una rigidità del sistema pensionistico che non corrisponde affatto alle modificazioni del mercato del lavoro.
Nel secondo caso l'abbassamento dei coefficienti di calcolo peggiora ulteriormente le prospettive previdenziali delle giovani generazioni che già ora non sono brillanti: le vere questioni lasciate aperte dalla riforma Dini sono infatti due. La prima è che nel sistema contributivo in cui l'aumentare della pensione è strettamente correlato con la quantità di contributi cumulati, tutti i lavoratori discontinui e a bassa retribuzione, e in particolar modo le lavoratrici che sono concentrate in queste tipologie di lavoro, rischiano di avere una pensione pubblica inferiore all'assegno sociale. La seconda, è che le pensioni, dal '92 quando si eliminò l'aggancio automatico alla dinamica salariale, non hanno più avuto sistemi efficaci di salvaguardia del loro potere d'acquisto, perdendo dal 10 al 30% del loro valore. E' evidente che questo problema è particolarmente serio dal momento che, fortunatamente, l'attesa di vita continua a crescere.
Non ha senso, dunque, pensare che sia possibile stornare risorse dal sistema previdenziale al finanziamento degli ammortizzatori sociali, come auspicano alcuni economisti e anche qualche politico. Se la riorganizzazione della spesa previdenziale permettesse risparmi questi andrebbero necessariamente reinvestiti nella soluzione dei problemi sopra esposti.
Se le considerazioni che ho fatto fin qui sono vere, la trattativa futura dovrà assumere come linee guida l'uscita flessibile dal mercato del lavoro, con incentivi per un prolungamento volontario della permanenza al lavoro, e politiche di invecchiamento attivo per includere gli anziani in un progetto di sviluppo sostenibile. La vera domanda, infatti, non è se potremo assicurare sostenibilità economica al sistema previdenziale, ma se sapremo assicurare sviluppo, benessere, speranze per i giovani anche in una società che invecchia.
Risulta poi, non comprensibile che rispetto alla sostenibilità economica del sistema previdenziale non sia attuata finalmente la separazione fra previdenza e assistenza, che non siano (a parte i primi provvedimenti del Governo Prodi) portate avanti con decisione politiche miranti al recupero dell’evasione contributiva (Confindustria stima 35 md di € annui) e all’emersione del lavoro nero, che si parla di revisioni dei coefficienti di calcolo al ribasso, pur avendo presente che i coefficienti furono costruiti 11 anni fa e su basi sbagliate. Allora si calcolò che la regolarizzazione dei flussi migratori riguardasse 50.000 persone e oggi siamo a 200.000. E’ aumentata l’occupazione e si versano più contributi. E’ vero che si vive di più ma è anche altrettanto vero che oggi si entra più tardi nel mondo del lavoro e si esce più tardi. Infine un quesito al Ministro del Lavoro Damiano. In base alla riforma Dini nel 2008 con 57 anni di età e 35 di servizio molte persone avrebbero potuto andare in pensione, con la controriforma Maroni, con lo scalone dovranno andare in pensione a 60 anni nel 2011. Il programma del Governo Prodi vista l’iniquità dello scalone ne prevede l’abolizione. Se quello che leggiamo è attendibile, l’abolizione dello scalone dovrebbe avvenire nel seguente modo: nel 2008 l’età pensionabile si sposterebbe a 58 anni, nel 2009 a 59, nel 2010 a 60. Facendo un calcolo elementare significa i nati nell’anno 1951 nel 2008 avranno 57 anni ma per andare in pensione ne occorreranno 58, nel 2009 finalmente avranno 58 anni ma ne occorreranno 59, nel 2010 finalmente avranno 59 ma ne occorreranno 60. Nel 2011 avranno 60 anni e finalmente potranno andare in pensione, così come previsto dalla Controriforma Maroni. Ma se l’innalzamento di un anno di età non resta fermo per almeno due anni quale scalone viene abolito? Aleandro Murras