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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - GENNAIO 2008

                     10/5/2008 - L'EREDITA' DEL '68

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L’AMBIGUA EREDITA’ DEL ‘68
di Gabriele Parenti

L’inquietudine che nel secondo dopoguerra aveva percorso anni segnati da un’intensa opera di ricostruzione e di potenziamento delle risorse economiche che non teneva conto della sostenibilità e della qualità della vita, esplose, infine, in una rivoluzione culturale, per la prima volta radicata nella civiltà di massa .
Rispetto al marxismo che si dibatteva tra riforme e rivoluzione alle origini della contestazione fu l’aspetto democratico-libertario a prevalere: con una forte domanda di democrazia diretta e un’esaltazione dello spontaneismo che reagiva alla prevalenza degli apparati burocratici nella politica.
Il movimento degli studenti si inserì, però,nella tradizione di un ribellismo che dal tempo delle frange estremiste della rivoluzione francese (gli arrabbiati) si era sempre affiancato alle grandi rivendicazioni popolari con atteggiamenti velleitari e risultati nefasti.
La fantasia non andò al potere e non fu nemmeno per la sinistra un fattore propulsivo perché fu soffocata da una socialità pervasiva, dall’esaltazione di un collettivismo anacronistico, proprio mentre i rapporti sociali andavano nel segno della diversificazione.
Da qui un’inevitabile reazione: quando una crisi economica di vaste proporzioni allontanò il sogno della società del benessere, il recupero dell’efficienza produttiva fu affidato a canoni competitivi. Così, dalle ceneri della strategia egualitaria riemersero i profeti della modernità che, ironizzando sui nuovi modelli di sviluppo posero come unica alternativa al neocapitalismo la civiltà dell’ozio e della miseria. In realtà, un’alternativa era possibile se i fermenti più fecondi non fossero stati soffocati e distorti dal connubio fra ribellismo e vetero-marxismo.
Gli studenti reclamavano una scuola più adeguata ai tempi. L’istruzione era allora era nozionistica, quasi mnemonica. Con l’ossessione del voto studiavamo la filosofia, la storia, la letteratura, come tanti compartimenti stagni. I problemi della contemporaneità non entravano in una sistema scolastico autoreferenziale che appariva, soprattutto, un veicolo di erudizione.
Ma il lascito del ’68 è stato il ripudio della selettività, la
virtuale garanzia della promozione....tanto, per trovare lavoro, più che un titolo di studio serve un parente o un amico.
Sul piano economico si sono moltiplicate leggi ispirate ad una malintesa concezione dell’egualitarismo maturata proprio nella cultura del ’68. Dalla rivendicazione delle opportunità si è passati a concepire l’eguaglianza come parità formale ignorando sia l’affermazione di Don Milani che la peggiore ingiustizia è far le parti eguali fra disuguali, sia il marxiano “a ciascuno secondo i suo i bisogni”.
Così, in anni d’inflazione al 20% l’indennità di contingenza faceva parzialmente recuperare il potere d’acquisto se in casa c’erano due buste paga, ma le famiglie monoreddito, le vere vittime della rincorsa prezzi-salari, scesero sotto la soglia di povertà.
Era il periodo in cui i concetti d’ individuo, di privacy, venivano marchiati a fuoco come “borghesi” e reazionari.
Ma l’eredità più onerosa del ’68 è stata il lassismo che ha minato le basi stesse della convivenza civile. Le intenzioni iniziali erano condivisibili: reagire al carattere inquisitorio dei processi, alla facilità con cui si ricorreva alla carcerazione preventiva. Siamo finiti con una legislazione assurdamente indulgente, in omaggio ad una lettura distorta della funzione rieducativa della pena, perché il lassismo è percepito come debolezza e finisce per avere una funzione diseducativa.
Ci sono state, peraltro, rivendicazioni che hanno innestato un circuito positivo: pensiamo alle pari opportunità, all’abbattimento di pregiudizi sessuali, razziali, religiosi: campi in cui istanze di liberazione e convivenza sociale hanno mantenuto un ruolo rilevante. Del ’68 salverei, dunque, le motivazioni originarie che, però, si erano già disperse dopo “l’autunno caldo” del ’69; ritengo, invece, che la retorica della “contestazione permanente” e il suo incanalarsi nell’ambito di un vetero-marxismo velleitario, abbiano stravolto gli aspetti più significativi e abbiano creato una cultura sessantottina che è stata decisamente negativa e i cui effetti si fanno ancora sentire.