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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2008

                     30/6/2008 - DIRITTI UMANI

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di Roberto Del Buffa

I DIRITTI UMANI A SESSANTA ANNI DALLA DICHIARAZIONE UNIVERSALE

Il prossimo 10 dicembre sarà celebrato il 60° anniversario della firma, a Parigi, della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, uno dei documenti fondamentali delle Nazioni Unite (ONU), anche se, in quanto dichiarazione di principi dell’Assemblea Generale, in teoria non ha valore giuridicamente vincolante per gli Stati. In realtà la Dichiarazione è all’origine di un dibattito che ha condotto all’idea dell’esistenza di uno jus cogens, cioè di un insieme di norme internazionali di natura imperativa, che non possono essere derogate per volontà di un singolo Stato. La “Convenzione sul diritto dei trattati” di Vienna (1969), affermando la nullità di qualsiasi trattato “in conflitto con una norma imperativa del diritto internazionale generale”, ha cercato di darne una definizione, precisando che una norma appartiene allo jus cogens se è “accettata e riconosciuta dalla comunità internazionale degli Stati nel suo complesso come norma alla quale non è consentita alcuna deroga e che può essere modificata soltanto da un'altra norma del diritto internazionale generale avente lo stesso carattere”.
Anche se al lettore attento non sarà sfuggito il carattere circolare di tale definizione, oggi esiste un generale consenso sull’esistenza di norme che non sono il risultato di un esplicito accordo fra stati, ma piuttosto di una consuetudine che con il tempo diviene prima condivisione, sempre più generale, poi diritto vincolante (principio di effettività). Il problema rimane però aperto quando si voglia esplicitare questo insieme di norme del diritto internazionale.
In questo senso c’è una simmetria con quanto accade nel campo della definizione dei diritti umani. La Dichiarazione del 1948, cui gli Stati Uniti d’America (USA) dettero un contributo determinante, soprattutto grazie a Eleanor Roosvelt, vedova del Presidente Franklin, conta sull’adesione pressoché universale degli stati solo fino a che rimane nel campo delle affermazioni di principio, mentre tutte le volte che altri documenti internazionali hanno provato a dare maggiore concretezza ai diritti sanciti nella Dichiarazione di Parigi, il consenso è sempre stato assai minore. Gli stessi USA, per esempio, non hanno mai ratificato il “Patto sui diritti economici, sociali e culturali”, approvato dall’Assemblea generale dell’ONU il 16 dicembre 1966, né altre Convenzioni internazionali (per esempio sono uno dei due paesi al mondo, con la Somalia, a non aver accettato la “Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia” del 1989).
Inoltre definire lo jus cogens e stabilire quali siano i diritti umani sono due procedimenti da far progredire parallelamente. Da questo punto di vista è emblematica la vicenda delle riserve espresse proprio dagli USA sul “Patto sui diritti civili e politici” del 1966, che pure ratificarono, ma sospendendo l’articolo che proibisce l’applicazione della pena di morte per reati commessi da minori. Secondo la Commissione ONU sui diritti umani, tale norma è però divenuta un principio di diritto accettato e riconosciuto dalla comunità internazionale e, di conseguenza, è vincolante per tutti gli stati, indipendentemente dai trattati che hanno sottoscritto. In altre parole fa parte dello jus cogens. Un simile approccio al diritto internazionale, basato sul principio di effettività, è stato riconosciuto persino dalla Corte Suprema degli USA che, nel marzo 2005, ha ritenuto illegittima l’applicazione della pena di morte per reati commessi in età minorile, modificando una precedente sentenza contraria, del 1989, proprio in base al principio dell’evoluzione del consenso internazionale.
Nonostante numerosi casi problematici, dobbiamo comunque riconoscere che la dottrina dei diritti umani e la pratica della loro difesa hanno avuto il merito di orientare la comunità internazionale verso la promozione della giustizia e il rifiuto di ogni azione che possa privare qualsiasi gruppo umani o popolo dei loro fondamentali diritti di vita e libertà, con i successi (fine dei regimi coloniali e neocoloniali, abolizione dell’apartheid, ma anche costruzione, in una parte significativa del mondo, di avanzati meccanismi giurisdizionali che offrono rimedi sostanzialmente soddisfacenti alle violazioni dei diritti umani), e i limiti che conosciamo (ci sono ancora realtà in cui si verificano estese e ripetute violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle categorie più deboli).
Ma un anniversario deve essere l’occasione non solo di fotografare la situazione attuale, ma anche di individuare le opportunità e i problemi che ci troveremo ad affrontare in futuro. Un’efficace sintesi della questione apparve già nel 2003, per il 55° anniversario della Dichiarazione, in un libretto pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele che riuniva gli interventi di due fra i massimi esperti di diritto internazionale, Philip Alston e Antonio Cassese (Ripensare i diritti umani nel XXI secolo, con introduzione di Giuliano Pontara, Torino: EGA, 2003). Nel più lungo e argomentato contributo dell’americano viene analizzata la sfida che il processo di globalizzazione dell’economia pone al moderno sistema dei diritti umani, costruito su basi sostanzialmente statocentriche. Il modello neoliberista (verrebbe da dire ultraliberista), in base al quale si sta sviluppando il processo di integrazione mondiale dei mercati economici e finanziari, ha invece portato a una progressiva riduzione della sfera del potere statale e a una parallela ascesa di attori non statali, come le imprese multinazionali, le organizzazioni finanziarie internazionali e le grandi compagnie bancarie e assicurative transnazionali, che operano in maniera autonoma nel processo economico mondiale. Il più coinciso intervento di Antonio Cassese si preoccupa invece delle principali carenze negli attuali metodi e strumenti di protezione internazionale dei diritti umani. Il primo problema è che il “fronte di battaglia” è diventato troppo esteso, anche perché le istituzioni internazionali hanno cercato di promuovere tutti i diritti, da quelli civili e politici a quelli economici, sociali e culturali, in una fase di sviluppo globale che ha contribuito a una proliferazione di nuovi diritti. Il secondo problema è che gli attuali meccanismi internazionali di monitoraggio sono troppi e tutti molto lenti, complicati e poco efficaci. Inoltre non considerano le azioni di quegli attori non statali protagonisti della globalizzazione economica, già indicati da Alston. I due interventi delineano anche alcune possibili soluzioni ai problemi sollevati, la discussione di ciascuna delle quali richiederebbe molto più spazio di quello che ho a disposizione, ma tutte convergono verso la medesima conclusione: occorre rafforzare il sistema di decisione e di intervento delle organizzazioni internazionali, una sfida che necessita innanzitutto di una politica internazionale di grande respiro, proprio quando la statura politica dei leader mondiali appare in evidente declino. Se in ogni stato la “cattiva” politica sostituisce la “buona”, come potremmo sperare che a livello internazionale non se ne avvertano le conseguenze?