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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2008

                     13/9/2008 - COSA FU “LA PRIMAVERA DI PRAGA”

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Di Mauro Messeri

Sono trascorsi quarant’anni da quel 1968, in cui si consumò la fase finale che andò sotto il nome di “Primavera di Praga”. E’ necessario la premessa di 12 anni addietro, Il 1956 aveva avuto come scenario i due paesi dell’est-Polonia ed Ungheria-. In particolare in Ungheria, il predominio del Partito Comunista e la subordinazione all’URSS, giunti a livelli insopportabili, crearono una rabbiosa ostilità popolare, che dette origine alla sanguinosa insurrezione di Budapest. L’inevitabile successiva repressione fu durissima, facendo gridare allo scandalo il mondo democratico occidentale. Ma tutto finì lì.
Tuttavia qualcosa stava iniziando a scalfire il muro comunista.
Vediamo in sintesi, cosa stava maturando nella Cecoslovacchia del 1968, dove le premesse erano diverse nei rapporti politici e sociali. Là diatriba nacque all’interno del potente Partito Comunista. C’è da sottolineare che la Cecoslovacchia, all’inizio della guerra fredda, aveva il Partito Comunista più forte ed organizzato dell’Europa orientale, non arrivato al seguito dell’Armata Rossa, ma con solide radici nel Paese. Il popolo, sempre riferendosi ai paesi dell’Est, aveva inizialmente un più accettabile livello di vita, grazie ad una discreta industrializzazione. Con il passare del tempo, siamo negli anni sessanta, le previsioni dei burocrati di Stato, fallivano inesorabilmente, come peraltro nelle altre democrazie popolari. I correttivi apportati alla politica economica si rivelarono un bluff. Così fu per la rivalutazione delle esigenze di mercato, con inutili tentativi per il rilancio dell’industria leggera e dei beni di consumo. Infine, l’errore di privilegiare gli ideologi del Partito nei confronti di scelte pertinenti i tecnici e gli esperti di valore presenti nei vari settori della vita cecoslovacca.
Nel corso del 1967 la tensione all’interno fra partito e intellettuali crebbe a dismisura. Fu allontanato dal potere il Segretario generale Comunista Novotny poi, nel gennaio del 1968, fu chiamato al suo posto il leader slovacco Alexander Dubcek. Il programma del neo segretario e del suo gruppo prevedeva un’effettiva liberalizzazione politica con l’immediata eliminazione della censura, la riabilitazione delle vittime del regime, il risanamento dell’economia e, come fatto storico e politico la rifondazione dello stato su base paritaria fra Cechi e Slovacchi.
Purtroppo la situazione andò precipitando.
La pressione sovietica, anche sulla spinta di altri Paesi dell’est, cominciò a farsi sentire. La paura delle “democrazie popolari” che i disegni del nuovo corso si allargassero con analoghe rivendicazioni, spinsero l’URSS ad un intervento armato. Erano gli ultimi giorni di un afoso mese di Agosto. All’alba del giorno 21, carri armati sovietici scortati da soldati tedesco orientali, polacchi e ungheresi, presidiarono saldamente gli edifici governativi e le principali vie accesso a Praga.
Per fortuna ci fu pochissimo spargimento di sangue. Sembrava quasi che tra i giovani soldati sovietici e la popolazione scorresse una vena di solidarietà. L’URSS non riuscì, comunque, a imporre un governo collaborazionista, ma anzi il loro grande avversario Alexander Dubcek –già tornato dopo un arresto a Mosca- fu deciso di mantenerlo ancora qualche tempo al potere. Così fu fino alla primavera del 1969, nella quale lo stesso Dubcek fu definitivamente messo di parte. Al suo posto venne nominato un uomo di fiducia dell’URSS Husak, ex vittima delle persecuzioni staliniane.
E’ innegabile che la “Primavera di Praga2 fu una resa dei conti interna al Partito Comunista, partito con la più larga partecipazione di massa dell’Europa centrale.
L’unico grave atto, pagato con la vita, fu quello di Jan Palach, uno studente che si diede fuoco per protesta. Migliaia di praghesi scesero in piazza per manifestare pacificamente, su invito di larga parte dello stesso Partito Comunista. In pochi giorni tutto finì. La normalizzazione era già cosa fatta.
La maggioranza dei Comunisti Italiani, UNITA’ compresa, solidarizzò con Dubcek e con l’intero popolo cecoslovacco. Era finita l’epoca in cui, i compagni socialisti, avversari delle limitazioni nelle libertà politiche, venivano definiti con un dispregio tipico dei vecchi stalinisti, social fascisti. Ma la scissione del “Manifesto” si avvicinava a grandi passi portando fuori dal PCI larghe fette di intellettuali, nauseati dai fatti di Praga.
Quanto all’onesto Alexander Dubcek, dopo varie vicissitudini, alla caduta del regime comunista, nel dicembre 1989, viene proclamato Presidente dell’Assemblea Cecoslovacca.
Dubcek, che dopo il 1989 veniva spesso in Italia, ebbe proprio nel nostro Paese, un gravissimo incidente d’auto. Fu trasferito su sua richiesta, dopo le prima cure, nel suo Paese dove fu sottoposto ad un difficile intervento chirurgico al quale non sopravvisse. Con Dubcek se ne andò il campione del “comunismo dal volto umano” e che certamente contribuì alla caduta del regime.
In URSS sembrava affermarsi la perestroika di Gorbaciov, più o meno sulla stessa linea di riforme nella libertà. Ma la conclusione è chiara: il totalitarismo comunista in tutte le sue varianti, non può concedersi nessuna digressione al regime forte e autoritario, pena il proprio sfaldamento. Questo è stato il nocciolo della coraggiosa avventura senza speranza, passata alla storia come la “Primavera di Praga”.