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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2009

                     26/2/2009 - LA STRAGE DEL FOCARDO

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di Roberto del Buffa

Racconto di una domenica d’ottobre




Dalla riva dell’Arno, a Pontassieve, un ripido pendio nasconde alla vista il morbido disegno di colline, quasi un pianoro, che si estende da Torri fino a San Donato in collina e Troghi, fra filari di vite, olivi e cipressi, in uno scorcio dei più tipici della campagna toscana. Lo percorro a piedi in una serena giornata di autunno per verificare quanto è restato sul territorio di una tragedia che risale a più di sessant’anni fa. Ho lasciato l’auto nel piccolo gruppo di case indicato come le Corti e, dopo meno di un chilometro, ho imboccato, sulla destra, la strada che in leggera salita mi condurrà alla prima meta del viaggio. Dopo poche centinaia di metri, la strada incontra le prime case coloniche, tutte ristrutturate e abitate. Si intravedono anche altre case, forse di costruzione più recente, nascoste da un parco di lecci e di querce. Poco più avanti l’ingresso del lussuoso agriturismo di Torre Giulia, con piscina e campi da tennis (così sostiene l’insegna). La strada prosegue fra due filari irregolari di cipressi. Infine si allarga in uno spazio su cui si affacciano alcuni annessi agricoli, trasformati in abitazioni, e il cancello della villa Il Focardo. Un cartello avverte che sono in corso lavori di ristrutturazione e di suddivisione in più unità abitative del complesso architettonico, la cui eleganza sopravvive al degrado del parco e all’aggiunta, certo nel dopoguerra, di un orrendo padiglione, forse utilizzato come rimessa. Varco il cancello, che è soltanto accostato, ed entro per pochi metri nel parco della villa. Macchine edili e mucchi di terra, segni tangibili del cantiere aperto, mi sconsigliano di procedere oltre. Non so che cosa cerco, forse un indizio della tragedia, un segno che rinnovi lo scandalo di una strage impunita. Nel 1944, la guerra attraversò questo angolo da sogno. La villa del Focardo, posta in una posizione strategicamente rialzata, fu requisita dal comando locale della Wehrmacht tedesca, che costrinse i proprietari a ritirarsi in un ala, o forse nella vicina colonica. Il capofamiglia era l’ingegnere Robert Einstein, cugino del fisico Albert, che si era ritirato nella campagna toscana dopo che le leggi razziali tedesche lo avevano costretto a vendere la propria fabbrica di Monaco. Sua moglie, Cesarina Mazzetti, detta Nina, era di nazionalità italiana e di religione valdese. La coppia aveva due figlie, Luce, di 27 anni, e Annamaria, detta Cicì, di 18. Vivevano con loro anche le due piccole Lorenza e Paola Mazzetti, figlie di un fratello di Nina e orfane dei genitori. Gli ultimi giorni di luglio, con l’avanzare delle truppe alleate, la linea del fronte si avvicinò pericolosamente alla villa, che fu abbandonata dal comando tedesco. I partigiani contattarono Robert Einstein, segnalandogli che le SS lo stavano cercando, come ebreo e come cugino del Premio Nobel fuggito in America. Dopo molte insistenze l’ingegnere fu convinto a fuggire, lasciando al Focardo la famiglia, di nazionalità italiana e non ebrea (dal punto di vista religioso ortodosso, dovrebbero ritenersi ebrei solo i figli di madre ebrea). Il 3 agosto, a tarda sera, un gruppo di uomini, appartenenti a un’unità della Wermacht, l’esercito regolare tedesco, e quindi non le temute SS, penetrarono nella villa, prendendo in ostaggio tutta la famiglia e la servitù. Dopo essersi abbandonati a violenze e distruzioni, i soldati separarono Nina e le figlie dalla servitù e dalle due nipotine Lorenza e Paola, figlie di italiani e non ebree, le interrogarono, costringendole a chiamare a gran voce il marito e padre, nel caso si nascondesse nella villa o nel parco, poi, con tre brevi raffiche di mitra, che i testimoni ricordano intervallate da urla disperate, misero fine alle loro vite. Prima di andarsene i nazisti appiccarono il fuoco ai poveri corpi delle vittime e alla villa, in modo da nascondere le prove della loro violenza. Il giorno successivo le truppe di liberazione arrivarono alla villa. Fra loro c’era il maggiore Milton Wexler, un fisico americano allievo di Albert Einstein, che quindi ebbe subito notizia della strage. Solo il successivo 27 novembre Robert riuscì a trovare la forza di scrivere al cugino, con cui i rapporti erano sempre stati molto stretti.

Sono trascorsi ormai quasi 65 anni dagli avvenimenti del Focardo, eppure non riesco ancora a considerarli con uno sguardo storico, distaccato. Forse perché ho iniziato a studiarli partendo dallo struggente ricordo di Lorenza, che ha preso la forma di un bel romanzo, con qualche libertà narrativa ma ricreando fedelmente la fitta trama di affetti familiari che la strage lacerò. O forse perché ho visto il delicato film che ne hanno tratto Andrea e Antonio Frazzi, con Isabella Rossellini. Più probabilmente per l’inevitabile tragico epilogo. Quasi un anno dopo, il 13 luglio 1945, distrutto dal dolore e dall’amarezza per l’impossibilità di individuare i responsabili della strage, Robert Einstein si recò in quello che rimaneva delle stanze in cui era avvenuta la strage e si suicidò. Era l’anniversario del suo matrimonio con Nina. Ci sono dolori troppo grandi per essere sopportati.

Ripercorro via del Focardo fino alla strada comunale per San Donato, che imbocco verso destra, verso la villa di Torre a Cona, e seguo fino all’incrocio successivo, diretto alla seconda meta che mi sono prefisso. Un cartello indica il piccolo cimitero della Badiuzza. Sono soltanto poche centinaia di metri di una strada polverosa, ma le percorro con angoscia crescente. Il cimitero è molto piccolo, al massimo una cinquantina di tombe. Di fianco alla piccola cappella, sull’angolo nord, ci sono le sepolture che cerco. Una semplice lapide copre quella di Nina, Luce e Cici, un’altra, a fianco, quella di Robert Einstein. Nonostante il suicidio, una decisione pietosa ha permesso che il suo corpo riposasse accanto a quello dei suoi cari. Una scultura metallica, semplice e lineare, sorveglia le tombe. Oltre il muretto del cimitero lo sguardo si perde nella campagna circostante. Quasi completamente nascosta dagli alberi si vede anche la Villa del Focardo. C’è una limpida luce autunnale, che fa sembrare ancora più dolce questo scorcio collinare toscano. A est, oltre l’Arno, la mole massiccia del Pratomagno, ricorda altri climi e altri paesaggi. Finalmente la rabbia che tenevo dentro si scioglie in un pianto. Pochi minuti e esco dal piccolo cimitero, incamminandomi verso l’auto per tornare a casa. Sono troppo scosso, ma penso che sarà sufficiente far trascorrere qualche giorno prima di provare a riassumere quello che so della strage. Invece avrò bisogno di più di due mesi per scrivere questo breve resoconto.