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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2002

                     16/11/2002 - IL PATRIMONIO ARTISTICO NAZIONALE IN VENDITA?

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IL PATRIMONIO ARTISTICO NAZIONALE IN VENDITA?
di Tiziano Lepri

Il grido d’allarme per il futuro del patrimonio artistico nazionale, a rischio di vendita o, più realisticamente, di “svendita” è del tutto giustificato. Anzi non si è ancora levato con la forza e l’incisività necessaria di fronte ad una svolta davvero ‘epocale’, e tutta in senso negativo, nella politica del governo italiano riguardo ai beni storici e artistici di proprietà dello Stato.
La vicenda è stata segnata anche da due circostanze insolite per la storia politica italiana: il “licenziamento” di un sottosegretario, l’on. Sgarbi, politico estroso ma non certo privo di competenze nel settore, colpevole di aver denunciato lo scandalo della “svendita” dei nostri beni culturali; e un messaggio del Presidente della Repubblica che, firmando la legge di conversione del decreto legge n. 63 (il cosiddetto ‘decreto salvadeficit”), ha esplicitamente richiesto al governo di intervenire con un'altra legge per correggere gli errori e le contraddizioni della legge che stava appunto firmando. Ma neppure queste due circostanze sono state sufficienti a scaldare un’opinione pubblica (quella dei giornali cosiddetti ‘indipendenti,) ormai troppo spesso distratta, quando non completamente ossequiosa alle “veline” di Palazzo Chigi.
Il fatto è davvero grave. Tutto nasce da una delle solite trovate del ministro Tremonti (quello della ‘finanza creativa’). Per far fronte alle necessità di bilancio e nel tentativo di onorare le mirabolanti promesse della campagna elettorale, soprattutto in materia di grandi opere, sono state costituite due società per azioni: la ‘Patrimonio dello Stato’ e la ‘Infrastrutture’. Alla prima società saranno trasferiti quegli immobili statali che il ministro dell’economia riterrà opportuno trasferire (quanti? sulla base di quali criteri saranno individuati? La legge non lo dice!). La Patrimonio spa, a sua volta, li potrà trasferire alla Infrastrutture spa, la quale li utilizzerà per raccogliere i finanziamenti necessari alla realizzazione delle grandi opere. Come? Vendendo gli immobili oppure offrendoli in garanzia a fronte di prestiti. E’ da notare inoltre che, mentre il pacchetto azionario della Patrimonio spa è detenuto per intero dal ministero dell’economia, nella Infrastrutture spa potranno entrare, acquistando quote azionarie, anche gli istituti di credito finanziatori e le imprese che realizzeranno le ‘grandi opere’.
Per quanto riguarda le procedure per il trasferimento dei beni statali alla Patrimonio spa, il decreto legge 63 richiama quanto già previsto nel precedente decreto 353 del 2001 (sempre varato dal Governo Berlusconi). In base a quest’ultima disposizione tutti gli immobili di proprietà statale potranno essere trasferiti sulla base di elenchi compilati dal ministro dell’economia e, solo per quelli di “particolare interesse artistico”, con l’intesa del ministro dei beni culturali.
La precedente legge (quella del centro sinistra) prevedeva che per poter vendere gli immobili vincolati come beni storici e artistici occorreva procedere ad una verifica sulla permanenza o meno dei requisiti in base ai quali i beni erano stati a suo tempo vincolati. Se dalla verifica, effettuata dagli organismi tecnici competenti del ministero dei beni culturali, fosse risultata la permanenza dei requisiti di beni storico artistici, questi dovevano rimanere di proprietà dello stato, senza alcuna possibilità di vendita a privati. Per il governo Berlusconi, invece, tutto si può vendere anche gli immobili di “particolare interesse artistico”, basta che sia d’accordo il ministro dei beni culturali (badate bene, il ministro, non i tecnici competenti!): dopo il licenziamento di Sgarbi non ci resta davvero che piangere!
Ma non basta! Questa legge è proprio un gran pasticcio, rimessa insieme in tutta fretta per trovare i soldi necessari per le cosiddette ‘riforme’ berlusconiane (“meno tasse per …. i più ricchi”).
Occorre ricordare che le leggi italiane sul patrimonio artistico stabiliscono, ormai da più di sessant’anni, che tutti i beni vincolati appartenenti allo stato ed agli altri enti pubblici territoriali (regioni, province e comuni) sono automaticamente classificati come “beni demaniali” (articoli 823 e 829 del codice civile). I beni demaniali sono, per definizione, beni inalienabili, la cui proprietà non è cioè trasferibile né a privati, né ad altri soggetti pubblici che non siano enti territoriali (stato, regioni, province e comuni).
Le leggi di Berlusconi e Tremonti prevedono che l’individuazione dei beni da trasferire alla Patrimonio spa comporti automaticamente il loro passaggio al “patrimonio disponibile”, cioè vendibile. I beni storici e artistici che verranno conferiti alla Patrimonio spa perderanno quindi il requisito dell’inalienabilità, connesso con la condizione giuridica della demanialità. Si tratta di un’aberrazione giuridica poiché la condizione di bene demaniale, per definizione, si perde solo col venir meno delle ragioni che ne hanno determinato la loro acquisizione al demanio pubblico, quindi solo se si accerta, nel caso specifico, che non hanno più interesse storico e artistico (come correttamente prevedevano le leggi dei governi di centro sinistra). Forse accortisi del pasticcio hanno poi inserito, in tutta fretta, una formuletta che recita che i trasferimenti avverranno “nel rispetto dei requisiti e delle finalità proprie dei beni pubblici” senza modificare il “regime giuridico previsto dagli articoli 823 e 829 del codice civile”. Formuletta tanto enfatica quanto incongrua e priva di contenuto effettivo. Infatti, un qualsiasi bene o è demaniale o non lo è, e se è demaniale segue le regole del demanio, altrimenti segue altre regole. Se poi il bene resta demaniale, come è possibile che ne sia affidata la proprietà ad una società provata? E’ contro qualsiasi regola del nostro sistema giuridico, oltre che in stridente contrasto con qualsiasi principio di ragionevolezza. E se poi non possono davvero essere venduti, per quale ragione verrebbero trasferiti ad una società che ha come scopo principale quello di “valorizzare”, cioè “vendere”, il patrimonio dello stato?
Sono questi interrogativi che fanno ritenere che si tratta di un colossale e pericoloso pasticcio, e che hanno indotto il Capo dello stato a chiedere che si intervenga con un altro provvedimento legislativo per correggere almeno le incongruenze e le contraddizioni più vistose.
Queste sono solo alcune delle “perle” che i nostri governanti ci hanno regalato in poco più di un anno di governo.
A questo punto è necessario che si levi davvero un movimento di opinione che informi e renda consapevoli i nostri concittadini dei seri pericoli che corre uno dei nostri beni più preziosi, oltre che una delle nostre migliori risorse
anche economiche: il patrimonio storico, artistico e paesaggistico dell’Italia, unico al mondo per le sue caratteristiche e per le sue dimensioni.
E attenzione: in pericolo non sono il Colosseo o la Fontana di Trevi. Ammesso che abbiano l’ardire di tentarne la vendita, troverebbero il mondo intero a difenderli. Ma l’Italia è piena di edifici e luoghi minori, ma non meno importanti, sparsi per città e paesi, in campagna e sulle montagne. E’ il paese al mondo con la più alta concentrazione di beni culturali: migliaia di musei, decine di migliaia di chiese, conventi, edifici pubblici e privati di rilevante valore storico artistico, palazzi importanti ma più spesso edifici minori disseminati in ogni contrada, che
rappresentano il tessuto culturale vivo delle nostre città, la testimonianza vivente e vissuta della storia straordinaria del nostro paese.
Il pericolo (reale!) di svendita riguarda questo tessuto diffuso di edifici e di luoghi irripetibili: quel tessuto che identifica l’immagine stessa del nostro paese e che forma, nel suo insieme, la nostra identità nazionale.
E’ una battaglia necessaria che riguarda tutti gli italiani che vogliono bene al proprio paese