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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2009

                     30/4/2009 - Una crisi venuta da lontano

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(parte prima)
Il modello socialista europeo per superare le contraddizioni del mercato


N
onostante la gravità della crisi economica che stiamo attraversando, pochissimi interventi, fra i molti che affrontano il tema, sono dedicati all’analisi dei motivi che ci hanno condotto a questa situazione, in quanto, ammoniscono i più, non è tempo di trovare le responsabilità, ma di cercare le soluzioni. In parte l’urgenza dei provvedimenti da adottare potrebbe anche giustificare un simile atteggiamento, ma dimenticare che la crisi è in primo luogo la conseguenza delle politiche ultra liberiste della destra potrebbe condurre ad affidare la soluzione della crisi agli stessi che l’hanno determinata.
I nodi che oggi vengono al pettine sono quelli che la politica irresponsabile della coppia Reagan-Thatcher aveva sapientemente occultato, sin dai primi anni ’80, quando i potentati economici e militari di Washington con il supporto di economisti di politologi e di grandi reti televisive di destra, affrontarono la crisi americana rilanciando il patriottismo in politica e il liberismo più puro in economia, liberando i famosi “spiriti animali” del mercato come unico motore dello sviluppo. Con l’abolizione dei vincoli imposti all’economia dall’intervento dello Stato che, secondo loro, non era la soluzione dei problemi ma era esso stesso il problema, con i suoi costi e la sua invadenza burocratica, Reagan, nel 1980 in America, e la Thatcher, l’anno prima, in Gran Bretagna, rimisero in moto l’economia, ma trascurarono volutamente il ruolo dello Stato nella ridistribuzione della ricchezza, attraverso i servizi dati alle persone e finanziati tramite la tassazione progressiva. Riducendo le tasse, per lanciare l’economia, e non aumentando i salari, per rendere competitive le imprese americane e inglesi, Reagan e Thatcher trovarono anche il modo per non perdere il consenso popolare. Sulla spinta di influenti economisti, fautori del libero mercato, spostarono infatti la funzione di “ridistributore di reddito” dallo Stato al sistema bancario, spingendo le banche ad una massiccia politica di concessione del credito, oltre ogni corretto limite di garanzie. Il sistema bancario, conscio dei rischi che ciò comportava ma attratto dai guadagni, ebbe in cambio una tacita autorizzazione a operare con maggiori libertà e minori controlli delle autorità centrali, soprattutto sul mercato dei nuovi prodotti finanziari che, in modo molto poco trasparente, miscelavano e trasferivano il rischio enorme dei debiti non garantiti (i famosi titoli tossici) non sulla singola banca ma su più soggetti (dispersione del rischio) e, attraverso il mercato finanziario e borsistico, sugli stessi cittadini.
Iniziò così l’epoca della follia economico-finanziaria, dove tutti sembravano avere un qualche interesse. In primo luogo le banche d’affari, e soprattutto i loro dirigenti, che guadagnavano attraverso l’agio sulle transazioni. Poi le imprese, che ottenevano facile credito perché da un lato i consumi di beni, ed in particolar modo di beni superflui, aumentavano a dismisura, dall’altro lato le buste paga dei loro lavoratori restavano sostanzialmente invariate (il loro potere di acquisto veniva fittiziamente incrementato con il credito facile, invece che con reali aumenti di salario). Infine i lavoratori, drogati dal facile credito e divenuti una massa indifferenziata di consumatori, a cui sembrava di disporre di maggiori risorse, data la facilità con cui potevano accedere al credito. Ma tale credito era garantito non da ricchezza solida ma da una bolla speculativa, fatta di titoli garantiti dal valore di immobili in crescita esponenziale, ben oltre i limiti della legge economica della domanda e dell’offerta. Sembrava l’ultimo ballo sul Titanic, al quale erano stati ingannevolmente chiamati anche i passeggeri di seconda, terza e quarta classe.
L’ondata liberista, che sembrava allora così vincente da impedire di valutare gli inganni ed i rischi su cui si fondava, fece si che pure a sinistra si cominciò a ritenere che il socialismo avesse esaurito la spinta propulsiva e fosse oramai incapace di dare risposte ai nuovi bisogni – “ideologia obsoleta del secolo passato” si dirà ad un certo punto, rendendo inevitabile accettare come vincente la libera cultura del mercato e limitarsi a cercare di ridurne le maggiori asperità. Si trattava di imitare la destra nella riduzione del potere dello Stato, nell’adeguarsi alla cultura individualista a scapito di quella collettiva, nella riduzione delle tasse, nella privatizzazione di tutti i beni anche di quelli che erano alla base dei principi di solidarietà. Privatizzare fu lo slogan anche di molta parte della sinistra e vetero comunisti e vetero socialisti furono considerati i fautori della difesa del modello sociale europeo.
Il non essersi sufficientemente fermati ad analizzare questi processi non ha consentito per tempo, alle sinistre, di comprendere ciò che stava avvenendo nel capitalismo anglosassone, contrapponendogli i valori del modello socio-economico europeo, realizzato, in gran parte, in Europa dopo la seconda guerra mondiale, con il determinante contributo della socialdemocrazia, a partire dal suo rifondativo congresso del ’59 a Bad Godesberg.
Sembravano invece prevalere gli ideologi del tramonto delle ideologie del ‘900 e del valore della contrapposizione tra destra e sinistra e che, in nome di ciò, predicavano il superamento delle ideologie, a partire da quelle della sinistra, fingendo di non accorgersi che invece la destra era tutt’altro che tramontata, ma ben presente e sempre più vincente.
In altre parole non si può uscire dalla crisi se non la si smette di dire che la crisi è frutto di errori finanziari, della mancanza di regole o dell’avidità di pochi corrotti, ma si assume con forza la convinzione che essa è frutto delle deliberate politiche delle destre e degli errori di valutazione e di ritardo politico-culturale delle sinistre.
Oggi il lavoratore, dipendente o autonomo, vive nel profondo l’inquietudine della propria solitudine e non potendo più cercare la risposta rassicurante nell’ambito della solidarietà e forza di appartenenza ad un classe, comunque unificante, la cerca, individualmente, all’esterno inseguendo di volta in volta il presunto colpevole della sua insicurezza (l’immigrato che lo deruba del lavoro, il diverso, ecc.) o cercandola nel leader carismatico che lo possa rassicurare, avendo perso, con i legami sociali, la fiducia nelle capacità collettive.
(segue - vedi parte seconda)