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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2009

                     13/7/2009 - UBERTUS GUIDI DA NIPOZZANO

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NOTA STORICA SU UN PONTASSIEVESE ILLUSTRE: UBERTUS GUIDI DA NIPOZZANO


Nel 1904 viene stampato a Pontassieve un libretto a uso scolastico dal maestro Amos Paglicci intitolato «Nozioni storico-geografiche del Comune di Pontassieve»; l’ingenuo autore dedica un paragrafo della sua operetta (tra l’altro introvabile: a mia conoscenza è disponibile un solo esemplare presso il ‘Kunsthistorisches Institut in Florenz’ consultabile esclusivamente su prenotazione) ai personaggi illustri nati nel nostro paese; cosa di per sé encomiabile se non fosse che il Paglicci dimentica nella penna molti nomi importanti. Primo tra tutti il nome di quel Bartolomeo Berrecci che nella prima metà del XVI secolo edificò a Cracovia la Cappella funebre di Sigismondo I: su quest’ultimo, ci preme sottolinearlo, è in corso di pubblicazione una monografia da me curata, che il Dipartimento Cultura del Comune di Pontassieve presenterà non appena uscirà dalle stampe e su cui spero di tornare in altre occasioni.
Questa breve comunicazione si concentrerà sulla figura di tale Uberto di Guido che sappiamo essere giunto a Firenze nel Convento di S. Maria Novella dal castello di Nipozzano, più precisamente dal vico di Pontassieve. La data è il 1298, il che sta a significare che la prima citazione documentaria di un insediamento urbano nominato ‘del Ponte a Sieve’ è ben anteriore al 1339 – come invece si sostiene – in quanto con il termine ‘vico’ si intendeva a quel tempo un agglomerato urbano privo di cinta muraria. Il nostro concittadino, una volta vestito l’abito domenicano, dovette manifestare una buona attitudine allo studio se nel 1310 fu inviato dal suo Ordine nella prestigiosa Università di Parigi dove conseguì il baccellierato; i documenti ci dicono che tornato in Italia fu lettore a Viterbo nel 1318 e poi nel convento fiorentino negli anni 1321, 1329-1330, 1333, 1337 e 1345. Ma il suo ricordo è legato a un evento del 1315: in quest’anno il famoso filosofo e teologo domenicano Remigio dei Girolami tenne in S. Maria Novella una lezione cattedratica intorno alle dottrine del celebre Tommaso d’Aquino a quel tempo ancora in corso di canonizzazione e contro il quale l’Ordine francescano non mancava di scagliare le proprie invettive. Il frate pontassievese, pur vestendo l’abito di S. Domenico, ebbe il ‘coraggio’ e l’ ‘ardire’, una volta terminata la lezione del grande Girolamo, di salire in cattedra e contraddire le sentenze del maestro: come recita il documento del Capitolo Provinciale di Arezzo che si riunì in quello stesso anno per punire il nostro povero concittadino «contra reverentiam sui lectoris superber et arroganter multa dixit, quod etiam inauditum est determinando in cathedra contra determinationem ipsius lectori [trad.: contravvenendo al rispetto che si deve portare al maestro, Uberto disse molte cose in modo arrogante e superbo e, cosa inaudita, si pronunciò dalla cattedra contro le sue sentenze]». La cosa in realtà non deve sorprendere il lettore: nel 1278 un capitolo dell’Ordine domenicano aveva stabilito che un baccelliere non aveva facoltà di salire in cattedra per una questione di rispetto nei confronti del proprio maestro (figuriamoci dunque per contraddirlo come fece Uberto!). Fatto sta che il frate di Pontassieve venne interdetto per due anni dall’insegnamento, esiliato in un convento di Pistoia e costretto a un digiuno a pane e acqua per dieci giorni: «per biennium omni lectione omnique disputatione cuiuscumque facultatis ac magisterio studentium et omni actu scolastico privamus, et ipsum de conventu fiorentino removemus et pistorensi conventui assignamus et x dies in pane et aqua ieiunandos damus [trad: priviamo Uberto per due anni della facoltà di insegnare, lo rimuoviamo dal convento fiorentino assegnandolo a quello di Pistoia e gli comminiamo un digiuno a pane e acqua per dieci giorni]». Uberto venne riabilitato come mostrano gli anni di insegnamento posteriori l’interdizione, ma v’è da credere che il suo gesto gli abbia precluso una fiorente carriera. Se ci è permessa una considerazione storica su questo ‘sfortunato’ pontassievese, c’è da dire che egli ha quanto meno manifestato una forte indole caratteriale che ai nostri occhi lo fa apparire un pensatore estremamente interessante al pari di altri famosi filosofi domenicani che si erano allontanati dalle dottrine del celebre Tommaso d’Aquino, quali Roberto Kilwardby e Durando di San Porziano: il necrologio di S. Maria Novella lo cita, infatti, come uomo «fama celebris et oppinione venerabilis, in consiliis circumspectus (et) clarus scientia». Morì durante la peste nera del 1348 lasciando alcuni manoscritti sullo Spedale di Santa Maria Nuova (si veda Kaeppeli, Scriptores Ordini Praedicatorum Medii Aevi, Roma 1993, IV, pp. 414-415). Crediamo dunque valga la pena ricordare il nostro concittadino anche sotto questa luce e non solo per il suo gesto eclatante, contro cui Dante – forse – scrisse la terzina di Paradiso XXIV, 46-49: «Sì come il baccialier s’arma e non parla / fin che ’l maestro la question propone, / per approvarla non per terminarla / così io m’armava…» (mio il corsivo).
Leonardo Cappelletti (Università di Firenze)