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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2009

                     13/7/2009 - LA STRAGE DEL FOCARDO

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Lettera
Caro Roberto,
ho letto con interesse il tuo intervento sulla strage della famiglia Einstein al Focardo, ma, senza nessuna intenzione polemica, devo muoverti una critica. L’articolo che hai scritto mette in secondo piano la ricostruzione degli eventi, per cercare soprattutto la partecipazione emotiva del lettore. Sembra che ti preoccupi di fare letteratura, ricorrendo a precisi artifici retorici, piuttosto che chiarire i dubbi che ancora avvolgono quegli avvenimenti, in particolare per quanto riguarda esecutori e mandanti. Per di più non dedichi che un breve accenno al romanzo di Lorenza Mazzetti, che pure costituisce una testimonianza diretta, e per quanto riguarda i rapporti fra i cugini Albert e Robert Einstein ti limiti a dire che erano molto stretti. Per questi motivi spero che tu avrai modo di tornare sulla strage nazista, per affrontare i nodi a cui ho accennato.
Un caro saluto
P.F.

Devo innanzitutto ringraziare il mio lettore e la redazione della rivista che mi forniscono l’occasione di tornare sulla strage. Richiamo brevemente i fatti per coloro che non avessero letto il mio intervento precedente. Il 3 agosto 1944 alla Villa del Focardo, nel territorio di Rignano sull’Arno, fra San Donato in Collina e le Corti, un gruppo di uomini, appartenenti a un’unità della Wermacht, l’esercito regolare tedesco, sequestrarono per alcune ore e poi uccisero tre donne, Cesarina Mazzetti, detta Nina, e le sue due figlie Luce, di 27 anni, e Annamaria, detta Cicì, di 18. Prima di andarsene i nazisti appiccarono il fuoco ai poveri corpi delle vittime e alla villa, in modo da nascondere le prove della loro violenza. Il probabile obbiettivo della strage, perpetrata poche ore prima dell’arrivo delle truppe alleate, era probabilmente il marito di Nina, l’ingegnere Robert Einstein, cugino del fisico Albert ed ebreo. Questi, distrutto dal dolore e dall’amarezza per l’impossibilità di individuare e punire gli autori della strage, quasi un anno dopo, il 13 luglio 1945, anniversario del suo matrimonio con Nina, si recò alla Villa e si suicidò.

Di fronte alla critica che mi viene mossa, non ho molto da dire se non richiamare l’onestà del mio impegno. Non è stato per finzione letteraria che ho deciso di descrivere le emozioni provate a visitare quei luoghi e a rievocare quei tragici eventi, ma solo perché questo era l’unico modo in cui riuscivo a raccontarli. Nonostante ciò, e ci tengo a sottolinearlo, ho scritto l’articolo solo dopo un accurato lavoro di documentazione e facendo attenzione a non incorrere in errori o imprecisioni. In particolare, per quanto riguarda l’identificazione di autori e mandanti della strage, ho preferito ricorrere agli studi più recenti, piuttosto che alla memoria dei pochi testimoni, cui si sono uniformati i successivi resoconti, che attribuiscono la strage a reparti delle famigerate SS, magari incaricate direttamente di ciò dai vertici del Reich, quale vendetta indiretta, a sfondo razzistico, nei confronti di Albert Einstein. I documenti conservati negli archivi tedeschi sembrano però escludere un tale coinvolgimento. Mi pare invece molto più verosimile la ricostruzione proposta da Carlo Gentile, così come è abbozzata dallo storico in un’intervista concessa a Riccardo Michelacci, apparsa sul numero del 15 luglio 2005 di “Diario”. Le conclusioni sono analoghe a quelle dello storico tedesco Lutz Klinkhammer, che fu coinvolto nella ricostruzione della strage del Focardo data da una classe della Scuola Media di Rignano nell’a.s. 2004/05 (il loro lavoro è fondamentale, perché raccolsero testimonianze dirette degli avvenimenti, che altrimenti si sarebbero perdute). Gentile, ha trovato, negli archivi tedeschi e americani, chiari indizi del fatto che a uccidere non furono reparti di SS, ma uomini appartenenti alla Werhmacht, l’esercito regolare tedesco, probabilmente un reggimento già indicato come responsabile di un eccidio in provincia di Caserta e di altri episodi di violenza verso i civili in altre zone della Toscana. Si tratterebbe dunque di un’azione isolata, per ordinare la quale bastava l’iniziativa di un capitano, che avrebbe potuto facilmente identificare l’ingegnere, in quanto tedesco rifugiati in Italia, come oppositore del nazismo ed ebreo.

Per quanto riguarda il romanzo di Lorenza Mazzetti Il cielo cade, da cui è stato tratto l’omonimo film con Isabella Rossellini, l’ho considerato una fonte da trattare con grande giudizio, al di là del suo indubbio valore letterario. Il libro ricostruisce con grande fedeltà il clima terribile di quegli anni, visto dagli occhi di una bambina, ma si prende qualche libertà con gli avvenimenti. L’autrice era figlia del fratello di Nina e, con la sorella Paola, viveva dagli zii e dalle cugine per la tragica morte dei genitori. Al contrario di quello che si immagina leggendo il romanzo, al tempo della strage non era più una bambina, avendo quasi sedici anni. Inoltre nel romanzo il suicidio dello zio è anticipato al momento della scoperta dei cadaveri della moglie e delle figlie, quando invece trascorse quasi un anno prima dello straziante epilogo finale. Analogamente altri episodi narrati dall’autrice sono stati modificati in funzione della resa letteraria del romanzo, che reputo bellissimo, e vanno interpretati alla luce di quello che sappiamo della famiglia Einstein-Mazzetti e che il libro omette, come l’appartenenza di Nina, come di figlie e nipoti, alla religione valdese.
Sull’ultimo punto sollevato, cioè i rapporti che intercorrevano fra il grande fisico Albert Einstein e il cugino Robert, posso infine fornire maggiori chiarimenti, basandomi sulle numerose biografie esistenti. Le famiglie di Hermann Einstein, padre di Albert, e del fratello Jakob, padre di Robert, erano molto legate. Dal 1885 abitavano la medesima casa, una grande villa a Sandling, un sobborgo di Monaco, dove i due fratelli avevano fondato una piccola azienda di impianti idraulici e per il gas, che in breve tempo si era ingrandita e trasformata in uno stabilimento per la produzione di dinamo, lampade ad arco e apparecchiature di misura per centrali elettriche e reti di illuminazione pubblica. Lo zio Jakob, ingegnere, ebbe una notevole importanza nell’indirizzare il giovanissimo nipote verso la matematica. La sorella Maja, di due anni più giovane di Albert, ha ricordato in più occasioni la felicità del fratello quando, poco più che decenne, risolveva i problemi matematici che riceveva dallo zio. L’azienda di famiglia, inizialmente florida, entrò in una fase di stagnazione nei primi anni novanta, così, su suggerimento del loro rappresentante italiano, i fratelli Einstein decisero di trasferire l’attività in Italia, dove le prospettive apparivano più rosee. Nel giugno 1894 l’azienda di Sandling fu liquidata, la casa venduta e le due famiglie si trasferirono prima a Milano e poi, nel 1895, a Pavia, dove le raggiunse anche Albert, rimasto in Germania per finire il ginnasio. Anche se dopo l’autunno questi si trasferirà in Svizzera per motivi di studio e le due famiglie si divideranno nel 1896, dopo il fallimento e la liquidazione della nuova ditta italiana, i legami fra i ragazzi, cresciuti insieme fra Monaco e Pavia, rimasero molto stretti per tutta la vita. Quando, nel 1937, Robert si trasferisce con la moglie, le figlie e le nipoti al Focardo, alternando la residenza con la casa di Firenze, Maja e il marito Paul Winteler, che abitavano nella zona di Sesto Fiorentino, a Colonnata, divennero ospiti abituali. Lorenza Mazzetti ci ha lasciato un incredibile ritratto di Paul, amico fraterno di Albert già prima di diventare suo cognato, nelle prime pagine del suo romanzo. Solo nel 1939, quando Maja, in fuga dall’Europa per motivi razziali, raggiunse il fratello Albert a Princeton i rapporti con Robert si fecero più radi. Ad ogni modo, nessuna delle biografie di Einstein accenna, neppure di passaggio, agli eventi del Focardo, di cui pure resta traccia anche nell’archivio privato del fisico, conservato a Gerusalemme.
Roberto Del Buffa