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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2009

                     13/7/2009 - DIRITTI CIVILI

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Barack Obama, Martin Luther King e i diritti civili nell’America post-razziale.
Di Alberto Benvenuti



L
’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America è considerata da molti giornalisti e esperti di politica e storia statunitense, come la chiusura di un’epoca, di un lungo periodo che ha visto gli afroamericani vittime di una delle peggiori piaghe sociali: il razzismo. Questo ha, in effetti, svolto un ruolo fondamentale nella creazione e nella storia di questa nazione a partire dalla questione degli indiani d’America, prima sfruttati, poi “spostati” nelle terre ad Ovest e, infine, sistematicamente sterminati dal momento che la popolazione statunitense (bianca) aumentava numericamente e necessitava di nuovi territori. I Padri Fondatori, che quasi due secoli e mezzo fa scrissero una delle più belle e attuali costituzioni della storia, avrebbero dovuto affrontare il problema ma si resero conto che non avrebbero saputo dare una giustificazione universalmente accettabile a quel razzismo che si stava manifestando nella sua forma più barbara: la schiavitù.
Come ha ricordato Barack Obama nel suo celebre discorso “A More Perfect Union”, è stato compito di afroamericani illustri come DuBois e Martin Luther King di “perfezionare” l’unione degli Stati Uniti riempiendo quei “vuoti costituzionali” lasciati dai Founding Fathers in questioni quali la schiavitù e il razzismo. Il lungo cammino dei diritti civili degli afroamericani culminò nel 1965 con la firma del Presidente Johnson su un pacchetto di leggi chiamato Voting Rights Act che di fatto chiuse le disparità e le differenze sociali che vi erano tra popolazione bianca e nera. King e gli altri leader del Movimento capirono subito che il raggiungimento dell’uguaglianza “formale” di tutti gli uomini non avrebbe certo cancellato l’odio razziale. Il lavoro di King, nei suoi ultimi anni di vita, si mosse in questo senso, cercando di criticare frontalmente le ingiustizie e le incongruenze della società americana. Quel cammino intrapreso da King e dai diritti civili sembra essere terminato oggi, con la schiacciante vittoria di Obama alle presidenziali statunitensi di novembre.
Barack Obama, però, non si è mai proposto alla nazione come un politico afroamericano, a presentarlo come tale ci hanno pensato, semmai, i suoi avversari politici. La sua candidatura apertamente post-razziale gli ha permesso di battere la senatrice Hillary Rodham Clinton, la vera avversaria di Obama alla corsa presidenziale. Al di là del fascino e del magnetismo che la figura di Obama ha esercitato a livello globale, negli Stati Uniti è aperta, e ampiamente dibattuta, la questione di poter considerare o meno la società statunitense come post-razziale. In questo senso l’elezione di Obama ha indubbiamente spinto parte dell’opinione pubblica a considerare gli Stati Uniti d’America come un paese in cui il colore della pelle non ha più peso nella vita delle persone. Ma può realmente considerarsi post-razziale una nazione che ha una popolazione carceraria di 2,3 milioni di persone di cui il 44% nera (gli afroamericani sono il 13% della popolazione totale), una nazione in cui il dislivello in termini di istruzione, assicurazione sanitaria, reddito procapite è così evidente tra bianchi e neri? Si può parlare davvero di post-razziale o sarebbe più corretto parlare, ancora, di multirazziale? Se da un lato Obama rappresenta un indiscutibile successo per gli afroamericani, dall’altro la sua vittoria potrebbe danneggiare la minoranza etnica più popolosa d’America proprio a causa dell’illusione che la sua vittoria abbia definitivamente concluso l’epoca delle discriminazioni razziali.
E’ quindi giusto gioire per l’elezione del primo presidente afroamericano ma è altrettanto necessario non dimenticare che il lungo cammino iniziato dai diritti civili non può dirsi definitivamente concluso. Sarà compito di Obama non far dimenticare le differenze razziali presenti oggi negli Stati Uniti. Una sfida difficile per quello che tutti si augurano diventerà un grande presidente su piani molteplici: l’economia, la politica estera e l’impegno di ridare agli Stati Uniti il ruolo di guida mondiale nella nuova era della “responsabilità”.