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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 - OTTOBRE 2009

                     17/11/2009 - SANDRO PERTINI

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Sandro Pertini socialista
di Bruno Becchi
A Liberazione avvenuta, Pertini fu per poco più di quattro mesi - dall’agosto al dicembre 1945 - segretario del Partito socialista e per due volte - dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1952 - direttore dell'Avanti!. A parte tali prestigiosi incarichi, egli occupò raramente posizioni di vertice all'interno del partito. Nelle varie storie del PSI, Pertini compare spesso per alcune grandi battaglie condotte, come era nella sua indole, con tenacia e determinazione. Fra esse notevole fu, ad esempio, la sua opposizione a formare liste uniche con il Partito comunista in occasione del Fronte Popolare del 1948. Non ritenne opportuno, però, appoggiare l’operazione autonomista di Lombardi e Jacometti che, originata dal fallimento frontista, intendeva emancipare il PSI dalla subordinazione al Partito comunista, sul piano interno, e dall’Unione Sovietica, su quello internazionale. Al congresso di Firenze del maggio 1949, Pertini si schierò sorprendentemente con la mozione della sinistra, consentendo a Nenni e Morandi di riprendere, dopo appena undici mesi, le redini del partito sulla base di una concezione ausiliaria di quest'ultimo rispetto al PCI .
Pertini ha giustificato la scelta congressuale di Firenze con il fatto di aver capito - sono parole sue –“che il gruppo di Lombardi, Jacometti e altri scivolavano su posizioni piattamente anticomuniste” . Ed aveva capito male, perché aveva finito per scambiare per anticomunismo posizioni rigorosamente autonomiste, ruotanti attorno a cardini, quali la democrazia interna e l’indipendenza da Mosca. La scelta compiuta al congresso di Firenze fu sbagliata e oggettivamente non coerente con le sue tradizionali posizioni politiche.
Riguardo agli anni in cui maggiore appariva la divisione del mondo in blocchi contrapposti, occorre fare alcune considerazioni anche sulla visione internazionale di Pertini. In particolare, se nel complesso risulta lungimirante la sua posizione favorevole al non allineamento, altrettanto non possiamo dire nei confronti di quella relativa ai sistemi politici di oltrecortina. In effetti, viziati da un errore di valutazione appaiono sia l’eccessivo entusiasmo per i risultati colà ottenuti dal “socialismo reale”, sia l’ottimistica attesa di un’evoluzione in senso democratico dei regimi politici di quei paesi .

Si tratta di posizioni però che, unite a quelle di esaltazione e di reverente tributo alla grandezza di Stalin devono essere storicizzate e collocate nel clima politico dell’epoca cui risalgono, quello caratterizzato dalla guerra fredda, per non venire interpretate in maniera distorta e ingenerosa nei confronti del loro autore.
Quando, nel mutato clima politico della metà degli anni cinquanta, il PSI lanciò la strategia del “dialogo con i cattolici”, Pertini si fece convinto interprete di questa nuova linea politica. Ciò nonostante, assunse una posizione diversa da quella della maggioranza di Nenni e Lombardi, presentando proprie mozioni sia al congresso di Milano del 1961 sia a quello di Roma del 1963, che otterranno nel primo caso l’1,1 % dei voti e nel secondo il 2,18 %. Al di là dell’esiguo risultato raccolto, le due mozioni, con il loro pressante appello all’unità del Partito, sono significative delle preoccupazioni di scissione che, come abbiamo visto, costituirono una costante della vita politica di Pertini. E in prospettiva storica ciò che risulta più rilevante è constatare come tali timori ancora una volta fossero fondati, perché ancora una volta il Partito perderà una delle sue ali estreme: in questa circostanza sarà il turno della sinistra di Basso, Valori e Vecchietti.
Relativamente alle vicende interne al socialismo italiano, è da segnalare che Pertini fu contrario all'unificazione politica con i socialdemocratici del 1966; proprio lui che vent'anni prima aveva fatto di tutto per evitare la scissione di palazzo Barberini e che, al congresso di Venezia del 1957, aveva accusato Saragat di frapporre continuamente ostacoli alla realizzazione del disegno unitario delineato con Nenni a Pralognan nell’agosto precedente. Il merito principale di Pertini consiste non tanto nel giudicare la riunificazione del 1966 un’operazione destinata al fallimento - cosa puntualmente avvenuta -, quanto piuttosto nell'aver individuato con esattezza le ragioni che ne avrebbero determinato l’inevitabile insuccesso. Diversamente da coloro i quali si opponevano all’unificazione in quanto, considerando il PSDI un partito moderato, ritenevano che essa avrebbe determinato uno spostamento innaturale della linea politica del socialismo italiano verso il centro, Pertini l’avversava soprattutto per motivazioni di carattere metodologico: la giudicava, cioè, priva di prospettive, perché frutto esclusivo di un accordo verticistico, senza un'adeguata preparazione e senza il necessario coinvolgimento delle rispettive basi politiche e sociali.
Ma come si caratterizzava il socialismo di Sandro Pertini? Certamente, come è stato già detto, Pertini non era dotato di un'indole incline alla riflessione teorica. Ciò nonostante, il suo socialismo aveva caratteri ben definiti. Era un socialismo non dogmatico, pragmatico, fatto più di principi che di ideologia. Un socialismo rigorosamente riformista, gradualista, immune da qualunque tentazione di imboccare scorciatoie rivoluzionarie, basato sull'idea della centralità dell'uomo, della sua libertà, della sua dignità. Insomma, una sorta di umanesimo socialista; un socialismo di stampo rosselliano, che concepiva il sistema democratico, al tempo stesso, come mezzo e fine della politica.
Conformemente a questa impostazione, egli non vedeva un’antinomia tra i concetti di patria e di nazione da un lato e quello di socialismo dall’altro. In particolare, era stato Filippo Turati uno dei primi ad esprimere un netto rifiuto di una simile contrapposizione. In coerenza con la sua concezione gradualista della lotta politica e della conquista legale del potere, egli riteneva che il proletariato non dovesse rifiutare a priori la nazione in nome della classe, quanto piuttosto cercare di integrarsi in essa per riformarne le istituzioni e metterle al servizio delle esigenze della classe lavoratrice. Ciò non significava accantonare la prospettiva internazionalistica - che rimaneva obiettivo irrinunciabile di ogni strategia socialista -, ma al contrario compiere un ulteriore passo verso di essa, perché la “conquista” della nazione altro non doveva essere considerata che una tappa di avvicinamento a quella meta.
Tenere conto di tutto ciò risulta dunque indispensabile per comprendere anche le ragioni che furono alla base del rifiuto da parte di Pertini del contrasto, ritenuto da molti insanabile, tra nazione e classe e tra patriottismo e socialismo. Che Pertini rifiutasse tale contrapposizione fu chiaro fin dai suoi esordi politici, se, nonostante fosse un convinto neutralista, rispose alla chiamata di arruolamento e, in nome appunto della patria, prese parte alla prima guerra mondiale. Pur nella ferma convinzione che “l’amore per l’umanità – che i socialisti sentono – non esclude, ma anzi comprende l’amore per la Patria” , è chiaramente presente in lui la distinzione tra idea di patria e patriottismo piegato agli interessi della classe dominante, tra concetto di nazione e nazionalismo aggressivo e guerrafondaio. I principi di patria e di nazione, pertanto, correttamente intesi, si inseriscono in una linea di continuità con l’internazionalismo socialista.
Sul piano interno, il socialismo veniva ritenuto lo strumento essenziale per sollevare le masse lavoratrici dalla loro condizioni di inferiorità economica, politica, sociale e culturale, e quindi per ricreare in esse la fiducia nello Stato e nella nazione. In tale ottica, esso risultava l’impostazione metodologica e dottrinaria più idonea a favorire l’acquisizione di una coscienza nazionale da parte delle masse e la loro integrazione nel corpo dello Stato.
Il socialismo così concepito finì col rappresentare per Pertini una vera e propria fede, come anche egli stesso riconobbe. Ad esempio, in una lettera inviata alla madre da Regina Coeli nel novembre 1929, dopo la condanna seguita al suo rientro dalla Francia e al conseguente arresto, egli scrisse: “In questo forzato raccoglimento penso spesso alla mia fede, alla vita scelta e sempre più mi persuado che questa mia fede è sublime e tutta luce e che la via scelta è la giusta, perché al bene conduce” . E ancora in un passo della famosa lettera inviata sempre alla madre nel febbraio 1933 si legge: “Mi si lasci in pace, con la condanna, che è il mio orgoglio, e con la mia fede che è tutta la mia vita” . Una fede naturalmente laica che poneva come supremo giudice di ogni azione la propria coscienza.
Inoltre, i principi socialisti di libertà e di giustizia sociale, come ha osservato Norberto Bobbio, assumevano in Pertini un respiro di tale ampiezza da poter essere applicati su scala internazionale. Infatti, al di là del problema della libertà individuale, tutto interno ai singoli Stati, vi era quello, di portata sovranazionale, della divisione tra Paesi governati da sistemi democratici e Paesi sottoposti a regimi dispotici e, relativamente alla giustizia sociale, tra Paesi con un tasso di sviluppo economico e umano molto elevato e Paesi in cui quell’indice risulta estremamente basso . E quanto una simile concezione sia stata alla base del suo pensiero e della sua azione politica sono lì a dimostrarlo gli anni del Sandro Pertini uomo delle istituzioni.