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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2010

                     4/5/2010 - Giacomo Brodolini (seconda parte)

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di Bruno Becchi
È pertanto nell’ottica della necessità di un rafforzamento dell’area socialista all’interno del governo che si colloca l’unificazione con i socialdemocratici, di cui Brodolini fu convinto sostenitore. Contrariamente a come nei fatti si realizzò, egli la concepiva come il risultato di una spinta dal basso coesiva e tale da portare alla costituzione di un partito più forte, con un patrimonio ideale e programmatico chiaro, senza complessi di inferiorità né nei confronti del PCI da un lato né nei riguardi della DC dall’altro. Fu naturalmente deluso da come l’unificazione socialista si realizzò e da quale fu la vita politica del partito unificato che risultò paralizzato dalla duplicità di apparati, incerto nella linea, precario negli equilibri; tuttavia egli si batté fino alla fine per evitare una scissione che ancora una volta si realizzarà senza prospettive politiche di respiro.
Se nel passaggio dall’attività di sindacalista a quella di uomo di partito è riscontrabile un’ineccepibile coerenza, ancor più questo aspetto è da sottolineare per quanto riguarda i sei mesi in cui ricoprì l’incarico di responsabile del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Dei suoi esordi come ministro e del taglio profondamente diverso rispetto al passato che fin dall’inizio intese dare alla sua attività governativa è stato già detto. Rimane da aggiungere che, appena seduto al tavolo di via Flavia, mise a punto un complesso di provvedimenti che andavano dalla riforma del sistema previdenziale e al miglioramento delle pensioni, allo Statuto dei diritti dei lavoratori, alla riforma del collocamento e della formazione professionale, al superamento del sistema mutualistico per avviarne uno moderno di sicurezza sociale. Un primo importante risultato ottenuto da Brodolini fu l’abolizione delle zone salariali, in base alle quali il Paese era stato diviso in sette aree con differenze di salario che potevano arrivare fino al 20 per cento. Si tratta di una vittoria al tempo stesso politica ed economica, in quanto da un lato superava il concetto che il lavoro aveva un valore diverso a seconda delle zone in cui veniva svolto e dall’altro andava oltre la vecchia concezione secondo la quale le differenziazioni salariali avrebbero rappresentato un incentivo per favorire gli investimenti imprenditoriali nelle aree a più basso livello di sviluppo, ma che in realtà si traducevano in più alti profitti per gli imprenditori.
Anche la riforma degli ordinamenti pensionistici fu un atto qualificante dell’attività governativa del Ministro Brodolini. Approvata nell’aprile 1969, la legge 153 prevedeva, tra i punti più importanti, il passaggio nel calcolo delle pensioni dal metodo contributivo a quello retributivo, in seguito al quale la pensione veniva stabilita non più sulla base dei contributi versati nel corso dell’intera vita lavorativa, bensì in riferimento agli stipendi dell’ultimo periodo, prevedendo di raggiungerne la quota dell’80 % nel giro di un quinquennio dalla sua approvazione. La legge introduceva poi meccanismi di salvaguardia del potere d’acquisto delle pensioni ed una “pensione sociale” a favore di tutti i cittadini che, compiuto il sessantacinquesimo anno di età, fossero privi di trattamento pensionistico per mancanza di versamento di contributi.
Il coronamento della sua attività di ministro fu però l’elaborazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Fu forse la sua battaglia politica più dura perché si trattava di vincere non solo le resistenze delle forze moderate e confindustriali, ma anche le perplessità di quelle sindacali e del Partito comunista. In particolare i sindacalisti della CISL erano contrari a regolamentare per legge tale materia, mentre quelli comunisti erano tiepidi perché rimasti legati alla vecchia concezione dello Statuto come esclusivo strumento di difesa antidiscriminatoria formulata da Di Vittorio nel 1952. A queste posizioni si aggiungevano poi quelle di frontale contrarietà della sinistra estrema che, in anni di accesa contestazione, in nome della mobilitazione spontanea e contro i pericoli della burocratizzazione, vedeva con timore il rafforzamento in fabbrica del ruolo del sindacato tradizionale.
La commissione di esperti nominata dal Ministro e presieduta da Gino Giugni concluse i suoi lavori in tempi tanto rapidi da permettere a Brodolini di far approvare il disegno di legge dal Consiglio dei Ministri il 20 giugno 1969, pochi giorni prima di partire per quella clinica di Zurigo nella quale si sarebbe spento l’11 luglio successivo. Il disegno di legge introduceva incisive novità nei rapporti sui luoghi di lavoro, quali l’introduzione del concetto della “giusta causa” nei licenziamenti e della nuova prassi della reintegrazione; il riconoscimento del ruolo dei sindacati nelle fabbriche e del loro possibile coinvolgimento nelle scelte di politica economica compiute dalle aziende; l’emanazione di misure volte a garantire al lavoratore la possibilità di esercitare a pieno il proprio diritto all’attività sindacale, alla libertà di opinione, alla riservatezza con esplicito divieto per l’imprenditore di ricorrere all’uso di strumenti di controllo a distanza sul luogo di lavoro; la sostituzione dei controlli sanitari da parte dei medici dipendenti dalle aziende con visite fiscali a cura degli enti pubblici competenti. Insomma si trattava di un insieme organico di provvedimenti che poneva le condizioni per il superamento di una gestione autocratica dell’azienda propria di chi si sente padrone non solo degli strumenti di produzione, ma anche della vita della manodopera.
Morto Brodolini il disegno di legge dello Statuto dei lavoratori sarà presentato in Parlamento dal ministro Donat Cattin ed approvato il 20 maggio 1970. Il Paese si dotava così di una legge che introduceva elementi di chiarezza anche procedurale in un settore, quello dei rapporti di lavoro, dominato fino a quel momento dall’arbitrarietà. Ne sono dimostrazione i numerosi processi svolti a partire dagli anni settanta in cui molti imprenditori furono riconosciuti colpevoli di “comportamento antisindacale” e di licenziamenti ingiusti perché effettuati per ragioni di ordine politico.
Certamente lo Statuto è figlio dei suoi tempi ed in alcune parti meriterebbe di essere adeguato alle mutate esigenze della realtà. Pensiamo ad esempio alla necessità di estendere le norme a garanzia dei diritti dei lavoratori anche a chi è impiegato in lavori a tempo determinato ed è in cerca di un’occupazione stabile; oppure pensiamo all’esigenza di introdurre forme di tutela differenziata per quelle categorie che non rientrano nei casi previsti a suo tempo dallo Statuto, come i lavoratori delle imprese con non più di 15 dipendenti, delle aziende agricole con non più di 5 e buona parte di quelli inseriti nel pubblico impiego. Infatti, tenendo conto della struttura produttiva del nostro Paese che è articolata prevalentemente sulla piccola e media impresa e su aziende agricole a carattere familiare e considerando anche l’ampia percentuale del settore terziario e, all’interno di questo, degli impiegati pubblici, possiamo constatare come rimangano ancora ampie fette del mondo del lavoro cui lo Statuto non può essere applicato integralmente.
Lo Statuto dei Lavoratori è stata tuttavia una grande conquista di civiltà, perché ha teso a riequilibrare in senso democratico i rapporti di lavoro, spostando l’attenzione dalla prestazione d’opera al lavoratore, dall’azione al soggetto che quell’azione compie. È stata però anche una grande vittoria sociale e politica perché, come ha riconosciuto Pietro Nenni, imponeva agli imprenditori una diminuzione non solo dei profitti, ma anche di quote di potere, che rappresentano sempre le rinunce più pesanti .
I sei mesi di governo del ministro Brodolini hanno lasciato dunque un segno profondo nella realtà del nostro Paese e della sua classe lavoratrice. Sono stati sei mesi straordinari per intensità e capacità realizzativa, grazie ad un uomo che, sebbene avesse il destino segnato, non ha mai accettato di governare l’ordinaria amministrazione.
Giacomo Brodolini è stato dunque un uomo politico di valore per chiarezza di ideali e concretezza d’azione; un uomo sempre attento a cogliere l’essenza dei cambiamenti che si manifestavano nella realtà, nel pensiero, negli orientamenti delle forze politiche e sociali e, sulla base di essi, capace sempre di guardare a nuovi incontri, nuove alleanze, nuove soluzioni politiche ; un uomo insomma che ha operato tenendo costantemente lo sguardo rivolto al futuro, affinché altri uomini avessero un avvenire migliore del loro passato e del loro presente.