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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2010

                     4/5/2010 - GIACOMO BRODOLINI (Prima parte)

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L’uomo dello Statuto dei lavoratori e di altro ancora
di Bruno Becchi


Diversamente da come sembra risultare da una certa pubblicistica poco attenta, Brodolini non è stato solo Ministro del Lavoro né soltanto il promotore dello Statuto dei diritti dei Lavoratori. Quella governativa è stata solamente una, e per di più l’ultima e la più breve, delle sue attività pubbliche. Prima di ministro, Brodolini è stato e poi ha continuato essere sindacalista ed uomo politico socialista. Appena nominato membro del governo, si rivolse in questi termini ai dipendenti del suo Ministero: “Sento in modo particolare la responsabilità di realizzare una politica di riforme perché non intendo rinnegare, né dimenticare la mia esperienza di dirigente sindacale, anzi intendo portare nella mia azione di governo lo stesso spirito, la stessa passione, la stessa devozione nell’interesse dei lavoratori” . Due settimane dopo trascorse la notte di capodanno in via Veneto, a Roma, in una tenda accanto ai tipografi della “Apollon” impegnati in una lunghissima vertenza in difesa del posto di lavoro. Quattro giorni più tardi si recò ad Avola, in Sicilia, per manifestare la propria solidarietà e riaffermare i valori cui intendeva ispirare la sua azione di governo di fronte ad una popolazione che, un mese prima, nel corso di una manifestazione, aveva assistito all’uccisione di due lavoratori e al ferimento di altri sette ad opera della polizia. Nel giro di tre settimane dunque il nuovo ministro aveva fatto capire che con lui il dicastero del Lavoro avrebbe abbandonato il tradizionale ruolo di mediatore super partes nelle vertenze sindacali per assumere quello più orientato di promotore di iniziative politiche a vantaggio dello sviluppo complessivo delle classi lavoratrici.
Come sindacalista, attività che lo occupò dal 1950 al 1960, Brodolini fu un convinto sostenitore dell’unità sindacale e dell’autonomia del sindacato rispetto ai partiti. Si trattava, a suo avviso, di due presupposti irrinunciabili per rafforzare il potere in fabbrica delle organizzazioni dei lavoratori. Così si impegnò moltissimo per quella ricomposizione dell’unità confederale che si era rotta in pieno clima di guerra fredda. In particolare egli capì che per cercare di ricostituire l’unità sindacale bisognasse da un lato dialogare con le nuove organizzazioni e dall'altro lavorare per una sempre maggiore democratizzazione interna del sindacato ed una sua completa autonomia dai partiti. In concreto ciò significava instaurare con la componente maggioritaria comunista un rapporto dialettico che evitasse rotture irreparabili, ma al tempo stesso garantisse il diritto di manifestare diversità di opinioni e di posizioni come si conviene inter pares. Strettamente connessa allo sviluppo del processo di democratizzazione era la ricerca di una sempre maggiore autonomia del sindacato rispetto ai partiti. Le stesse scissioni della fine degli anni quaranta erano state frutto di premesse politiche che poco o nulla avevano che fare con questioni meramente sindacali. Pertanto conferire al sindacato una più ampia libertà di movimento ne avrebbe accresciuto le capacità di lotta ed il potere contrattuale nelle vertenze aziendali e gli avrebbe fornito l’opportunità di svolgere un ruolo più positivo e propositivo nell’ambito del processo produttivo.
Brodolini pertanto si impegnò molto in questa direzione all’interno della CGIL che era l’organizzazione maggiormente affetta da collateralismo. Esemplare del suo impegno in questa direzione è il comunicato di condanna dell’invasione di Budapest da parte dei carri armati sovietici che scrisse egli stesso e fece approvare alla confederazione con il consenso concesso obtorto collo da Di Vittorio. Era la prima volta che la CGIL prendeva una posizione ufficiale in contrasto con quella del Partito comunista, che del “carrismo” sovietico si era fatto difensore e giustificatore.
Il fatto che Brodolini sostenesse la necessità di tenere separato il ruolo del sindacato da quello del partito non significava che questi due tipi di organismi non dovessero convergere nelle finalità. Così quando egli nel 1960 tornò alla vita di partito mantenne come bussola per il proprio orientamento la classe lavoratrice ed i ceti popolari. Si trattava in sostanza di continuare a guardare nella stessa direzione, ma da un punto di vista diverso: prima il sindacato poi il partito. Come dirigente politico ispirò la sua azione all’insegna dell’autonomia dei socialisti rispetto al Partito comunista, dell’unificazione socialista e della politica di centro-sinistra, intesa come una strategia finalizzata alla realizzazione di quelle riforme di cui il Paese e la classe lavoratrice in particolare avevano urgente bisogno. Mentre quindi il PCI rimaneva congelato su sterili parole vetero-estremistiche, finendo per fare il gioco di chi aveva interesse a che nulla cambiasse, Brodolini si schierò dalla parte di quei socialisti che cominciarono a guardare all’incontro con i cattolici come un’opportunità per cercare di dare inizio a quel processo riformatore che avrebbe dovuto fare dell’Italia un Paese più moderno ed avanzato.
L’adesione alla politica di centro-sinistra da parte di Brodolini fu quindi convinta e motivata anche idealmente, ma non senza travagli; egli avvertiva che con essa i socialisti avrebbero corso il rischio di subire una nuova scissione, questa volta a sinistra, cosa poi puntualmente avvenuta con la sterile operazione politica che portò, nel gennaio 1964, alla nascita del PSIUP. Per un uomo di unità come da sempre era lui una simile scelta non poté non essere che molto sofferta. Tuttavia trovava motivazioni a proseguire su questa strada nel fatto che concepiva il governo di centro-sinistra come un esecutivo capace di rompere i vecchi equilibri centristi – talvolta sbilanciati decisamente sul centro-destra, come accadde con il dicastero Tambroni – e di aprire le porte ad importanti riforme politiche e sociali. Alla prova dei fatti i governi di “svolta a sinistra” della prima metà degli anni sessanta delusero in parte tali aspettative, e ciò fu dovuto sia alle resistenze al cambiamento proprie delle forze più conservatrici interne al governo sia alla debolezza politica del Partito socialista sia all’ottusità di un Partito comunista che non capì l’opportunità di trasformazione fornita dalla nuova strategia governativa e non trovò di meglio che irrigidire la propria opposizione, contribuendo a creare ostacoli alla realizzazione di riforme più avanzate.