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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2010

                     3/7/2010 - 1° Maggio 2010 - 1° parte

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Lavoro, legalità e solidarietà
Di Monica Stelloni

Sono le tre parole scelte quest’anno per raccontare il significato più profondo e l’attualità di questo Primo Maggio.
La storia del Primo Maggio è una storia che fino dall’inizio, dal 1° maggio 1886 accompagna la manifestazione operaia di Chicago con una sanguinosa repressione.
Ma la cui data, il Primo Maggio, segnerà dal 1890 in poi l’inizio di un percorso che non si è mai interrotto, nonostante le repressioni del governo Crispi in quello stesso anno, nonostante le proibizioni del fascismo, nonostante la strage di Portella della Ginestra.
Una storia, che è legata a quella del Paese, al suo sviluppo, ai suoi mutamenti, una storia che, ieri, nel 1890 chiedeva la giornata lavorativa di otto ore e che oggi, nel 2010, chiede che il Primo Maggio sia la festa del lavoro e non del consumo
Una storia che dovremmo raccontare al Sindaco di Firenze che proprio da Chicago città dove nel 1886 si svolse la sanguinosa repressione contro gli operai che rivendicavano le 8 ore di lavoro ha dichiarato che il Primo Maggio è una festa superata.
E noi vogliamo mandargli un messaggio, utilizzando le parole di Albert Parson, uno dei martiri di Chicago, parole che Luciano Lama, nel 1978, scrisse essere “la definizione più pura e più universale del significato del Primo Maggio”: “Spezza il tuo bisogno e la tua paura di essere schiavo, il pane è libertà, la libertà è pane”.
E vogliamo dire al Sindaco Renzi che un risultato l’ha ottenuto, questa mattina a Firenze ci sarà una manifestazione sotto Palazzo Vecchio, contro l’ordinanza che autorizza l’apertura dei negozi, in deroga a quanto il Comune stesso aveva deciso a dicembre. E’ la prima volta che a Firenze si manifesta il Primo Maggio.
E ha incassato il secco no del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che ha definito il 1° maggio “la Pasqua dei lavoratori”, del Presidente nazionale delle Acli - che ha utilizzato le parole: “quando è troppo è troppo e bisogna ribellarsi”- e del presidente di Unicoop Firenze Turiddo Campaini. che hanno aderito agli appelli per uno sciopero dei consumi, perché il Primo Maggio sia la festa del lavoro e non dei consumi.
E poi non si risolve certo la crisi con un giorno di apertura straordinaria e se poi, contemporaneamente, si taglia il fondo anticrisi nel bilancio del Comune si capisce che la ragione non è quella.
Il fondo anticrisi, concertato nel 2009 e largamente inutilizzato, perché il Comune di Firenze non ha individuato le soluzioni “tecniche”, è stato praticamente azzerato dall’Amministrazione comunale con l’approvazione dell’ultimo bilancio, a fronte di una crisi pervasiva, che mostra i suoi pesanti effetti sul fronte dell’occupazione.
La notte bianca è stata organizzata dal Comune che poi ha motivato l’apertura come conseguenza di una situazione straordinaria ( la notte bianca e la mostra dell’artigianato, che, per inciso, è alla 74° edizione) adducendo che bisogna tenere i negozi aperti per mostrare che Firenze è una città accogliente e per “sfruttare l’occasione”.
Ma l’accoglienza è trovare aperti tutti gli esercizi pubblici, i bar, i ristoranti, gli alberghi per le legittime esigenze di bere, mangiare e dormire, oppure gli esercizi commerciali per comprarsi il “golfino”?
Il calo dei consumi non è dovuto alle scarse aperture, (a Firenze i negozi sono chiusi solo 4 festività l’anno), ma alla riduzione del reddito disponibile.
I salari sono cresciuti, in un anno – secondo dati Istat – del 2,3%, mentre l’inflazione ha ripreso a crescere, i prezzi al consumo sono aumentati dell’1,5%, soprattutto grazie agli aumenti del 16% di benzina, gasolio e prodotti petroliferi.
Intanto 2,5 milioni di italiani, 975.000 famiglie, cioè il 4,1%, versano in condizioni di povertà assoluta mentre il 10% delle famiglie detiene il 45% della ricchezza assoluta.
Da una ricerca della Caritas e delle Acli presentata in questi giorni emerge che il 10% degli occupati sono “working poor”, appartengono a quella parte di popolazione che vive sulla soglia della povertà.
E cosa accade a quelli che il lavoro lo perdono e che devono fare i conti con redditi sempre più bassi, con la cassa integrazione o la disoccupazione? Come si vive dovendo ricorrere ai genitori, ai nonni, alle loro pensioni e talvolta tornare a vivere nella propria famiglia d’origine per sopravvivere?
E come si convive con l’idea che i nostri figli non avranno neanche i genitori a fare da ammortizzatore sociale?
Come si può accettare che l’attacco portato alla scuola pubblica tolga, ai nostri figli, opportunità, in un mondo che punta sempre più sulla conoscenza, e tolga il lavoro a migliaia di insegnanti e ausiliari che lavorano da anni nella scuola e che non avranno più non solo la certezza ma neanche la speranza di un incarico annuale che gli garantisca di lavorare da ottobre a giugno e di conseguenza non avranno neanche più l’indennità di disoccupazione nei restanti periodi?
Sono 45.000 i precari della scuola che il prossimo anno non lavoreranno. Si tagliano le classi, si taglia il tempo pieno, si tagliano le materie, si tagliano del 25% gli appalti e di conseguenza le ore e i salari del personale di custodia e di coloro che fanno le pulizie.
E come usciremo dalla crisi, quella crisi che il Governo ha continuato a negare e contro la quale non ha messo in atto alcun intervento, senza investimenti, senza una politica industriale, senza interventi strutturali?
Tagliando i fondi alla ricerca, alla scuola, alla sanità?
Tagliando le pensioni, come oggi chiedono a gran voce quelli che questa crisi l’hanno provocata, quelli che teorizzavano una economia fondata sulla carta, anziché sul lavoro e che sono salvi grazie ai fondi statali e che oggi chiedono un arretramento dello Stato?
Ancora una volta tentando di privatizzare gli utili e socializzare i debiti?
Intanto la disoccupazione colpisce soprattutto le donne e i giovani che sono già la parte più debole del mercato del lavoro.
I dati resi noti ieri dall’Istat ci dicono che la disoccupazione ha toccato quota 8,8% il dato peggiore dal 2002 e che la disoccupazione femminile a marzo ha toccato il 28%.
Sono soprattutto le donne e i giovani ad avere difficoltà ad uscire dai circuiti di lavoro precari e mal retribuiti.
Una ricerca di Almalaurea mostra come i giovani e soprattutto le giovani laureate fatichino a trovare lavoro e come la loro retribuzione a tre anni dalla laurea non solo non sia in linea con il livello di istruzione ma tenda addirittura a peggiorare.
(continua nella 2° parte)