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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - SETTEMBRE 2010

                     3/10/2010 - 1960 - OLIMPIADI A ROMA

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Roma: estate 1960. Giochi della XVII olimpiade.di Mauro Messeri

La candidatura della “città eterna” ad ospitare le Olimpiadi del 2020, riporta gli italiani coi capelli brizzolati come il sottoscritto, a soddisfazioni e ricordi non privi però di perplessità rapportati alla situazione attuale. Sono ormai cinquant’anni che a Roma si e’ tenuta la grande kermesse dei giochi che portano il nome dell’illustre città di Olimpia. Fino dal giugno 1955 il Comitato Olimpico Internazionale, dimostrando notevole fiducia nel paese data la recente uscita da una pesante sconfitta bellica, inserì Roma tra le probabili città concorrenti insieme a Losanna, Detroit e Bruxelles. Fu proprio, infatti, con la città svizzera che andammo al ballottaggio e ne uscimmo vincitori. I giochi olimpici, va detto, fanno parte di quegli eventi che nella vita di un individuo passano una sola volta ma vi si cristallizzano per sempre….Mi ritengo, infatti, un fortunato a poter raccontare che, proprio nell’estate del 1960, ebbi l’occasione di trasferirmi a Roma in preparazione ad un concorso pubblico. Un’esperienza esaltante che mi consentiva, nei molti pomeriggi liberi da impegni di diverso tipo e col conforto di un clima davvero ideale, di conoscere a fondo i valori di molti sport fino ad allora quasi sconosciuti. In quell’occasione olimpica peraltro furono raggiunti primati mondiali di ottimo livello; oltre 5000 atleti in rappresentanza di 84 nazioni si scontrarono in tutte le discipline. Dinanzi ai colossi USA e URSS anche gli italiani fecero un’ottima figura: a parte la clamorosa vittoria di Livio Berruti nei 200 mt piani, nel ciclismo arrivammo a conquistare 5 medaglie d’oro su 6. Nel pugilato poi tra i welter trionfò Nino Benvenuti ed in conclusione l’Italia poté vantare il terzo posto nel medagliere tesorizzando 13 ori, 10 argenti e 13 bronzi. La fiamma olimpica mi passò a due metri, un momento di vera emozione al pensiero che quel sacro fuoco che aveva attraversato L’Egeo e la Magna Grecia, veniva ora depositata nel braciere olimpico del nuovo stadio di Roma. Il giuramento fu pronunciato dal grande discoboli italiano Adolfo Consolini, veterano con partecipazione a ben quattro Olimpiadi. Ed il giorno precedente l’apertura dei giochi, gli atleti senza distinzione di razza o religione, furono paternamente accolti in P.za San Pietro dal Santo Padre Giovanni XXIII che dette loro la benedizione papale. In una Roma dal valore storico e artistico nonché ambientale davvero indiscutibile, i numerosi turisti accorsi per l’olimpiade cercavano di compendiare la parte culturale con quella sportiva e gaudenti si muovevano da un evento all’altroz nella consapevolezza di calpestare il terreno di una delle più belle città del mondo sullo sfondo di un momento sportivo che sarebbe rimasto per sempre nella storia. Si gareggiava in vari luoghi tra i più disparati e ricchi di storia, dalle Terme di Caracalla, alla Basilica di Massenzio, all’Appia Antica, ai laghi di Castel Gandolfo e Rocca di Papa, ai Pratoni del Vivaro e, sotto l’arco di Costantino, si concluderà la vittoriosa maratona delle’esile soldato etiope, Abebe Bikila, che sbaragliò tutti gli avversari rimanendo per sempre nella storia dei giochi olimpici moderni. A Roma poi, nel 1960, la gente poteva permettersi nella sicurezza di non correre alcun pericolo salvo quello di essere un po’più’allegri per aver bevuto una birra in più, di ritrovarsi nei caldi dopo cena estivi a discutere di sport - più raramente di politica - in piazza dei Cinquecento o alla Stazione Termini godendosi un gelato in compagnia. Eravamo allora tutti davvero orgogliosi della nostra capitale ed in quell’occasione si stabilirono anche numerosi e amichevoli contatti con la nostra squadra tricolore in sobria giacca azzurra e camicia bianca e gonna o pantaloni grigi, una squadra vicina alla gente che nel giorno di riposo potevi incontrare a Frascati come una scolaresca in amena gita domenicale ‘fuori porta’. Solo gli atleti USA ed anche quelli URSS per quanto potemmo vedere personalmente stavano quasi sempre in tuta sportiva ed io guardavo spesso anche il ritmo di vita e lo scandire della giornata nel villaggio olimpico nell’area che fu l’indimenticabile Ippodromo di Villa Glori che ben conoscevo abitando al quartiere Flaminio.
Senza poter immaginare che il mio futuro sarebbe stato nell’Azienda RAI, mi soffermavo a “sbirciare” le novità della diretta TV in Eurovisione gestita dall’Azienda pubblica, con più di 100 ore di programmazione a copertura totale dell’intera manifestazione olimpica dei Giochi. Notevole ed unanime nel mondo fu il riconoscimento degli organismi internazionali delle televisioni, un validissimo modo per rinsaldare un clima di fratellanza tra le nazioni nel pieno rispetto del motto del barone De Coubertin con il suo motto ormai noto che “l’importante e’partecipare, non vincere” e che riportò in auge le Olimpiadi moderne nel 1896.
L’auspicio finale di questo mio bel ricordo è che occorrerebbe recuperare lo spirito di quelle Olimpiadi che nacquero all’origine, infatti, come “feste di Olimpia” per celebrare, ogni 4 anni, sì lo sport ma anche riti religiosi o propiziatori; questo dovrebbe essere il messaggio da custodire da parte di chi gestirà la politica italiana fra dieci anni durante la manifestazione olimpica del 2020 e, pur essendo scontato che ormai siano scomparsi la finalità religioso-propiziatoria che la caratterizzò all’origine e che anche lo spirito di de Coubertin sull’unione tra le nazioni affidata allo sport, il pensiero di quella estate del 1960, per coloro che come me hanno avuto la fortuna di viverla, deve poter lasciare un segnale forte per il futuro. Quest’ultimo può esser riassunto nel messaggio indimenticabile in San Pietro di Papa Giovanni XXIII che riempì di speranza il cuore di tutti e divenne una sorta di abbraccio al mondo intero, con la Sua fiducia ed il suo incitamento, rivolto soprattutto alle giovani generazioni, perché si unissero veramente in un mondo di fratellanza e di amore.