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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - SETTEMBRE 2010

                     3/10/2010 - NORBERTO BOBBIO

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Sul fondamento dei diritti dell’uomo
Attualità di un’analisi filosofica
Roberto Del Buffa

Quando nel 2008 dedicai un articolo al 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accennai alla questione del fondamento di tali diritti. Classicamente il problema del fondamento consiste nella ricerca di un argomento sufficientemente buono da sostenere la legittimità di un diritto che si vorrebbe riconosciuto, ovvero che si vorrebbe fosse stabilito come diritto positivo in un determinato ordinamento giuridico. Un diritto positivo è quello riconosciuto da una norma valida all’interno di un sistema giuridico e questo è l’unico modo in cui un diritto può diventare tale. L’argomento dovrebbe dunque convincere quante più persone possibile, in modo da imporre il riconoscimento di quel diritto a coloro che detengono il potere di produrre norme valide in quell’ordinamento. La fondatezza di un tale diritto dipenderebbe allora dal grado di plausibilità dell’argomento con cui possiamo giustificarlo. Il fondamento sarebbe assoluto se fosse possibile addurre un argomento talmente buono da determinare una convinzione universale, cioè un argomento a cui nessuno possa negare il suo consenso senza mettersi ipso facto fuori dalla comunità delle persone raziocinanti. Nel secolo scorso, negli anni del secondo dopoguerra, la ricerca del fondamento assoluto dei diritti dell’uomo si incontrò con la rinascita del giusnaturalismo, dottrina filosofica che per comodità potremo riassumere nelle due affermazioni che esistono certi diritti naturali che sono prioritari rispetto a qualsiasi diritto positivo e che tali diritti naturali hanno un fondamento assoluto in quanto derivano dalla natura stessa dell’uomo. In questo quadro i diritti umani sarebbero fondati in quanto diritti naturali o in quanto indispensabili per garantire il rispetto di certi diritti naturali. Ma esistono diritti naturali? E la loro esistenza è necessaria per difendere i diritti dell’uomo proclamati dalla Dichiarazione del 1948? Per rispondere a queste due domande ricorrerò alle riflessioni che Norberto Bobbio dedicò all’argomento, in una serie di scritti sul diritto naturale, pubblicati fra il 1956 e il 1964 (poi confluiti nel volume Giusnaturalismo e positivismo giuridico, uscito nel 1965 per le edizioni di Comunità) che si segnalano per chiarezza espositiva e completezza di informazione. Bobbio, fondandosi sul carattere storicamente relativo di tutte le affermazioni tendenti a riconoscere certi diritti, così come delle affermazioni relative a una presunta natura umana, respinse la pretesa di stabilire diritti dotati di una priorità logica o ontologica sul diritto positivo e conseguentemente rispose in senso negativo alle questione se sia possibile fornire un fondamento assoluto ai diritti dell’uomo. L’opinione dei giusnaturalisti di aver messo certi diritti (peraltro non sempre gli stessi) al riparo di ogni possibile confutazione, derivandoli dalla natura dell’uomo, è un’illusione. Bobbio riassunse la propria posizione nell’intervento al congresso sul tema dei diritti umani organizzato a L’Aquila, nel settembre 1964, dall’Istituto di Studi Filosofici di Napoli. Il breve saggio che ne derivò, «Sul fondamento dei diritti dell’uomo» (ripubblicato nel 1990 da Einaudi in L’età dei diritti), rispose in maniera esemplare, ancorché negativa, ai quesiti se sia possibile dare un fondamento assoluto ai diritti umani e, posto che lo sia, se sia anche desiderabile. Non è il caso qui di riportare i quattro argomenti proposti da Bobbio contro la ricerca di un fondamento assoluto. Voglio invece riassumere brevemente le osservazioni del filosofo torinese relative alla possibilità che una tale fondazione sia di una qualche efficacia nell’accelerare o nel rendere più efficace il riconoscimento e l’attuazione dei diritti umani. Nonostante la crisi dei fondamenti, osservava infatti Bobbio, la maggioranza degli Stati, sottoscrivendo solennemente la Dichiarazione del 1948, si è di fatto accordata sull’esistenza di certi diritti dell’uomo che meriterebbero una protezione universale. A questo punto non si tratta più di trovare un fondamento assoluto ai diritti umani, cosa che garantirebbe al massimo la tranquillità dei pochi redivivi giusnaturalisti, quanto piuttosto di determinare le condizioni per una più ampia e scrupolosa attuazione dei diritti proclamati. In altre parole quello dei diritti umani non è un problema filosofico (di giustificazione), o almeno non lo è più, ma piuttosto è un problema politico e giuridico (di impegno a promuoverli, attuarli e, ove occorra, difenderli). In particolare occorrerebbe estendere le forme più progredite di difesa dei diritti umani anche a quei paesi in cui l’attuale sistema di protezione, fondato sul diritto internazionale, più difficilmente riesce a intervenire. Dovremmo dunque studiare, concludeva Bobbio nel 1965, nuovi strumenti di diritto, possibilmente condivisi a livello internazionale, per fornire una piena (universale) garanzia giuridica dei diritti umani.
Spero che i lettori che hanno fatto la fatica di seguirmi fin qui sapranno apprezzare l’attualità di queste considerazioni, formulate da Bobbio ben 45 anni fa. Nonostante innegabili progressi nella promozione e nelle tutela dei diritti umani, dovuti anche all’introduzione di strumenti innovativi nel campo del diritto internazionale, molti paesi, che pure non negano l’esistenza di diritti umani non negoziabili, sono pronti a violarli ogni qual volta il regime al potere venga in qualche modo messo in discussione dai propri cittadini, respingendo il susseguente intervento internazionale come indebita intromissione negli affari interni. Questo spiega, fra l’altro, perché dei 192 paesi membri dell’ONU solo 111 abbiano sottoscritto e ratificato l’accordo di Roma del 1998 che istituiva la Corte Penale Internazionale de L’Aia, poi entrata in funzione nel 2002 alla ratifica dell’accordo da parte del sessantesimo stato.
Fra i 40 paesi sottoscrittori che hanno dichiarato l’indisponibilità a ratificare il trattato, come per esempio Stati Uniti, Russia e Israele, e quelli che non lo hanno neppure preso in considerazione, come Cina e India, ci sono tutte le zone in cui i diritti umani appaiono maggiormente minacciati. Rimane dunque perfettamente attuale l’appello di Bobbio affinché il diritto internazionale si doti di nuovi strumenti che rendano possibili e diffondano le forme più progredite di difesa dei diritti umani. Nonostante i progressi, infatti, le autorità internazionali hanno ben poco di quel potere coercitivo di cui invece si sono dotati gli stati per garantire il rispetto dei diritti positivi vigenti nel loro ordinamento giuridico e, senza tale potere, il valore di un diritto, per quanto positivamente affermato, rimane quello di una dichiarazione di principio, la cui efficacia è affidata alla buona volontà dei soggetti interessati.