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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 - DICEMBRE 2010

                     14/12/2010 - VOLPEDO 3

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1971 – Épinay sur Seine
11 SETTEMBRE 2010 esempio o lezione per la sinistra?


Intervento di Valdo SPINI
Presidente Circolo Rosselli Firenze

Non sono stato presente al congresso di Epinay, ma, grazie al cortese invito di Marc Osouf, potei assistere a quello successivo di Grenoble, il primo dell’era Mitterrand. Con un gruppo di giovani socialisti italiani, alloggiati al locale ostello della gioventù, volevamo vedere con i nostri occhi un miracolo che speravamo potesse riprodursi anche in Italia: un partito socialista che cresceva e si rilanciava e che lo faceva a sinistra, costruendo un’alternativa di sinistra, che era quanto volevamo intensamente noi giovani lombardiani. Qualche anno dopo, la federazione fiorentina del Psi del cui gruppo dirigente facevo parte (segretario era Lorando Ferracci) organizzò un grande comizio in Piazza Signoria con Mitterrand e con il segretario de Psi di allora Francesco de Martino. Ricordo il cambio di cortesie tra i due leaders: De Martino disse che i socialisti francesi erano più bravi di noi e Mitterrand lo ricambiò chiamandolo “le sage camarade De Martino”, il saggio compagno De Martino, sottolineandone in questo modo la prudenza. “Fare come in Francia” era uno slogan che circolava nel Psi, anche se, a parte la differente storia, purtroppo il dato strutturale, e cioè il sistema istituzionale ed elettorale, era completamente diverso. Noi la proporzionale più pura, loro il semipresidenzialismo e l’uninominale a doppio turno.
A Grenoble ebbi la conferma visiva concreta, anche con la frequentazione delle riunioni di corrente della sinistra, il CERES, cui allora partecipava anche Gilles Martinet, il più “italiano” dei dirigenti francesi, di come il tentativo di Mitterrand fosse serio e ben fondato e quanto fosse forte l’entusiasmo che aveva ridestato. In ogni caso, voglio testimoniarlo, questo accrebbe il nostro entusiasmo, la nostra speranza, la nostra fiducia, anche in Italia. Ma da Epinay si possono trarre due lezioni. La prima è che in certe situazioni di emergenza la spinta al rinnovamento deve venire dal fuori: Mitterrand non era fino ad allora appartenuto alla tradizione socialista. Come amava dire, si può diventare socialisti a sessant’anni. Ma egli portò nel Ps un di più che i dirigenti socialisti tradizionali non erano in grado di assicurare. La seconda è che in certi casi bisogna anche rimescolare le carte: Mitterrand riuscì a conquistare il partito dando vita ad un’inedita alleanza interna destra/sinistra. Ma questa a sua volta fu possibile perché si basò non solo sull’unità della sinistra francese, e quindi con il Pcf, ma perché tale strategia era fondata sul confronto per elaborazione di un vero e proprio programma su cui costituire questa stessa unità. Come risultato si allargò l’unità socialista francese (che si doveva ulteriormente allargare successivamente anche al Psu di Rocard) e il partito poté crescere e rilanciarsi elettoralmente. Successivamente, dopo non pochi anni di battaglia, François Mitterrand diventò presidente della Repubblica francese eletto per due settennati di seguito con una maggioranza prima di sinistra e poi socialista e poi in coabitazione con una maggioranza neogollista. Anni dopo sarà Lionel Jospin, successore di Mitterrand alla segretaria, a vincere le legislative e ad essere per cinque anni primo ministro.
Per certi versi un’operazione del tipo di Epinay fu compiuta nel Psi italiano del 1976-78 con l’alleanza tra Craxi ed i giovani lombardiani della sinistra interna e con l’elaborazione del Progetto Socialista approvato nel congresso di Torino. Ma successivamente questo tentativo doveva infrangersi con le rinnovate esigenze di governabilità e quindi di collaborazione con la democrazia cristiana e prendere una strada del tutto diversa da quella francese. Ma se vogliamo in qualche modo portare lo spirito di Epinay al confronto con l’Italia di oggi, dobbiamo prendere atto che il grande malato del centro-sinistra è attualmente il partito Democratico, dopo la sconfitta da questo subita nelle politiche del 2008 e le perdite sofferte nelle regionali del 2010.
Ne ho parlato in un libro appena uscito, “Vent’anni dopo la Bolognina”, che ho pubblicato con Rubbettino e che si propone di sollevare un dibattito su questi temi.
Oggi le carenze politiche strutturali, che hanno caratterizzato la nascita del Pd, fanno sì che, di queste stesse carenze e dei limiti che hanno generato, siano contemporaneamente e diversamente prigionieri sia chi del partito democratico ha deciso di fare parte, come Vincenzo Vita che parlerà subito dopo, sia chi, come me non si sentì di farne parte al momento della nascita. E’ possibile un’iniziativa politica coraggiosa che, superando questi limiti, liberi e sviluppi queste energie?
L’altro giorno ho letto un sondaggio di Mannheimer. Il Pd, secondo questo sondaggio, rimaneva fermo al 26,6 %. Ma per effetto della scissione di Fini, veniva a collocarsi a soli tre punti percentuali in meno del Pdl di Berlusconi. Che vuol dire? Se il Pd si aprisse all’area socialista e di sinistra che ha in vario modo di fatto escluso dalla sua formazione, probabilmente potrebbe superare questo scarto e diventare il primo partito d’Italia. Questo di per sé non basta, ma il Pd potrebbe essere in questo modo il perno di una credibile, possibile alternativa al centro-destra di Berlusconi.
Ce la fa il Pd dal suo interno a compiere un’apertura del genere o è necessaria, per una nuova Epinay, una spinta esterna? Forse questa può essere costituita dalle primarie di coalizione.
Dico politicamente che sono favorevole alle primarie di coalizione, le ritengo necessarie.
Lo dico in modo del tutto astratto dalle varie personalità oggi in campo, perché dichiaro francamente di non avere maturato un orientamento su di esse che, almeno nel mio caso, ha bisogno di verifiche attente ed approfondite.
Dobbiamo allora operare intanto un rassemblement di forze che si muovano nella direzione dell’abbattimento delle barriere tra chi sta dentro e fuori il Pd o altre forze politiche ma la pensa in modo analogo. In tal senso ho accettato volentieri di partecipare a questa iniziativa di Volpedo. Vi porto un dato di esperienza personale che può essere di stimolo e di incoraggiamento. Ad un anno di distanza dal risultato del Psi che lo avevano visto alle elezioni politiche scendere a meno dell’1%, a Firenze, un socialista, un ex vicesegretario nazionale del PSI, poteva totalizzare un 8,4% dei voti alla testa di una coalizione di liste civiche e di sinistra. Vuol dire che non c’è meccanicamente una sorta di maledizione o di esclusione verso chi viene da quella tradizione quanto vi è invece necessità di iniziativa politica non confinata nell’ambito di una nostalgia o tantomeno di un suo sfruttamento in termini residuali, quanto di battaglie politiche audaci e coraggiose. Nel ricordo di Epinay, siamo qui per questo.