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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2011

                     28/2/2011 - ANDREA COSTA

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Postille al centenario della morte di Andrea Costa di
Roberto Del Buffa

Nello scorso numero di questa rivista ho rievocato la figura di Andrea Costa a cento anni dalla morte, avvenuta a Imola il 19 gennaio 1910. Lo spazio a disposizione non mi ha permesso di completare il profilo biografico con alcune considerazioni suggeritemi dall’evoluzione del suo pensiero politico, dall’originaria adesione al movimento anarchico fino all’esperienza parlamentare e amministrativa socialista. Provo a riformulare tali considerazioni come postille al precedente articolo. La prima riflessione che vorrei proporre è di natura politica e riguarda il valore attuale dello studio del movimento socialista nella sua fase di formazione, in particolare in Italia, dove la diffusione del socialismo affonda le proprie radici sia nelle lotte risorgimentali che avevano coinvolto la generazione precedente a quella di Andrea Costa, nato a Imola il 29 novembre 1851, che nell’anarchismo, individualista e libertario, che fino agli anni ’70 del XIX secolo costituiva in Italia la maggioranza del movimento internazionalista. Credo che la grande vitalità di quel socialismo delle origini ci fornisca ancora diversi spunti di riflessione, almeno per coloro che non ritengono tramontato l’ideale socialista con la fine del XX secolo. A questo proposito la figura di Andrea Costa è emblematica, perché, abbandonato sin dal 1879 il movimento anarchico, egli saprà incarnare la proposta politica e sociale del socialismo al di sopra delle divisioni di scuola e corrente, nel nome dell’unità delle forze che si proponevano l’emancipazione sociale del proletariato urbano e delle plebi rurali. Ce lo ricorda il ricercatore Carlo De Maria in un’interessante intervista apparsa sul numero di giugno di «Una città», la rivista della Fondazione Lewin. Secondo De Maria studiare Costa significa vedere in una nuova luce l’alternativa fra collettivismo e individualismo, due prospettive che potevano coesistere nel socialismo delle origini nel nome di un personalismo associativo che faceva incontrare la dimensione individuale dell’associazione con quella collettiva dell’organizzazione. Era il tempo in cui essere di sinistra significava promuovere sia gli ideali di giustizia sociale ed economica che quelli di libertà. Da qui la coesistenza di modelli diversi anche all’interno dello stesso partito, ma soprattutto fra il movimento più strettamente politico, che andava organizzandosi in forme sempre più rigide, come partiti e sindacati, e le altre forme associative attive in campo economico e sociale, come società di mutuo soccorso, cooperative, banche rurali e associazioni ricreative e culturali, che assumevano importanza crescente soprattutto in quelle zone dove le forze socialiste, repubblicane, democratiche e radicali raggiungevano il maggior consenso elettorale, ponendo al centro del dibattito il valore della solidarietà, vero punto di equilibrio fra la difesa dell’autonomia individuale e l’interesse della collettività. In questa senso ci sono tre aspetti della riflessione e dell’azione politica di Andrea Costa che devono essere richiamati. In primo luogo il suo pluralismo. Per Costa la presenza all’interno della stessa formazione politica di posizioni diverse può divenire elemento positivo di crescita e rinnovamento, in quanto le minoranze possono svolgere un’essenziale funzione critica, che permette alla maggioranza di ridiscutere strategie e obiettivi della loro azione, misurandone costantemente la loro adeguatezza agli ideali professati. Ciò era vero in particolare per i socialisti e da qui discende l’iniziale prudenza di Costa verso la nascita del Partito Socialista Italiano, che nel 1892 vide la luce in decisa contrapposizione ai movimenti socialisti di stampo anarchico, fra cui la corrente comunista-anarchica di Malatesta, che con il socialismo non era necessariamente in antitesi. È la critica che, come ricorda De Maria, avrebbe mosso Carlo Rosselli, in un suo saggio del 1932 su Filippo Turati. Rosselli, probabilmente ignaro dei dubbi di Costa, nota come la permanenza di ideali libertari avrebbe potuto correggere il dirigismo del Partito e la rigidità delle sue concezioni, a proposito della quale qualcuno ha scritto dell’esistenza di una vera e propria metafisica dello Stato (e, potremo aggiungere, del Partito), di matrice ideologica più hegeliana che marxiana in senso stretto. Anche Costa aveva mosso simili rilievi critici, soffermandosi però soprattutto sul centralismo del giovane Partito Socialista, cui contrapponeva una visione di tipo localistico. Veniamo dunque a questo secondo aspetto del pensiero politico di Costa che voglio richiamare. Oltre che dal suo giovanile libertarismo, la critica al centralismo proveniva dalla sua esperienza amministrativa al Comune di Imola, dove intervenendo in campo scolastico e sociale aveva potuto maturare la convinzione che la ricollocazione a livello locale di alcuni poteri statali poteva permettere la risoluzione di molti problemi strutturali dello Stato italiano, rendendo più efficaci certe azioni politiche, come lo stesso Costa aveva sperimentato nella promozione scolastica e nell’assistenza a Imola. Più in generale, solo a livello locale si sarebbe potuta favorire, da parte del Partito come dello Stato, la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e per questo Costa sembra prefigurare un modello politico federalista. Il terzo aspetto della riflessione e dell’azione di Costa che voglio richiamare riguarda le politiche sociali. Ho già accennato alla sua esperienza amministrativa come Assessore all’Istruzione Pubblica e Presidente della Congregazione di Carità di Imola. In tali vesti Costa opera per la formazione di un moderno sistema di istruzione pubblica, che promuova l’educazione popolare, e per la trasformazione della carità in un più moderno sistema di previdenza e tutela sociale, che sembra prefigurare un vero e proprio modello di welfare. Ebbene tali azioni sono considerate da Andrea Costa come rivendicazioni essenziali per qualsiasi progetto di socialismo, obbiettivi che un partito socialista dovrebbe far propri e sui quali dovrebbe cercare di far convergere l’adesione del maggior numero possibile di formazioni politiche progressiste, dai democratici ai repubblicani e ai radicali, nella convinzione


che queste proposte, di tipo riformistico, rappresentino obbiettivi propri e irrinunciabili del movimento socialista. Ciò nonostante, Costa non nutrirà mai alcun timore del confronto sociale, neppure quando assumerà i toni drammatici dello scontro di piazza, come durante la repressione della tragica protesta di Milano del 1898. Le riforme auspicate non fanno recedere Costa da una chiara scelta di campo nella lotta contro lo Stato borghese, di classe, che in Italia non aveva saputo neppure compiutamente raggiungere la forma di uno Stato liberale. La grande forza di quel socialismo stava infatti nella capacità di proporre un quadro organico di riforme, senza abbandonare a se stessa la protesta radicale che proveniva dalle manifestazioni di piazza, dalle proteste per l’ingiustizia sociale, la disuguaglianza, le violazioni delle libertà civili, dalle aspettative dei più deboli che stavano prendendo coscienza di sé. Non credete che ci possa insegnare ancora qualcosa?